Convegno aperto a tutte le associazioni di volontariato e a tutti coloro che sono interessati al mondo della salute

PERCHÉ QUESTO CONVEGNO
L'umanizzazione è un processo inteso a costruire una realtà degna della persona umana, rispettosa e coerente con i valori che essa sente come peculiari e inalienabili.
La risposta alla sfida dell'umanizzazione non può essere che uno sforzo collettivo capace di ispirare relazioni personali autentiche e di orientare la mentalità e l'opera delle istituzioni nel senso di un grande rispetto dell'uomo, della sua dignità, riconoscendo che il vero protagonista, la ragione d'essere di tutta la struttura sanitaria sia nei luoghi di ricovero e cura che nel territorio è la persona.
Gli obbiettivi possono essere raggiunti più facilmente con lo collaborazione di tutti gli attori coinvolti nel mondo della tutela della salute, siano essi professionisti, portatori di interessi, volontari, nella consapevolezza di agire per il bene comune.
La costruzione e gestione di una "rete per l'umanizzazione" nel territorio è uno dei mezzi più efficaci per raggiungere lo scopo. torna all'indice PROGRAMMA
8.30 Accoglienza
9.00 Saluti
9.15 dott. Erio Ziglio
Direttore dell'Ufficio Europeo per gli Investimenti per la Salute e lo Sviluppo dell’O.M.S. – Venezia
LE ESPERIENZE EUROPEE PER LA PARTECIPAZIONE DELLA COMUNITA’ ALLA UMANIZZAZIONE DELLE CURE A TUTELA DELLA SALUTE
9.35 dott. Fabio Fuolega
Referente per il Progetto Regionale sull'Umanizzazione dei servizi socio-sanitari
IL PROGETTO DELLA REGIONE VENETO PER L'UMANIZZAZIONE NELLA GESTIONE DEI SERVIZI SOCIO-SANITARI
10.20 Pausa caffè
10.40 dott. Maurizio Scassola
Presidente Ordine dei Medici della Provincia di Venezia
L'UMANIZZAZIONE DELLE CURE:
LA PARTECIPAZIONE DELLA COMUNITA’ NELLA TUTELA DELLA SALUTE PER LO SVILUPPO DI UN SISTEMA DI CURE SOSTENIBILE
11.00 prof. Massimo Cacciari
Sindaco di Venezia
LA "PERSONA" NELLA POLITICA DELLA SALUTE
11.20 Dibattito
Modera il Convegno dott. Maurizio Calligaro
Capogabinetto del Sindaco
Direttore Ufficio Programmazione Sanitaria del Comune di Venezia torna all'indice ATTI DEL CONVEGNO
Introduzione della Presidente
Buongiorno a tutti, porto i saluti del dott. Padoan che è passato poco fa dicendo che deve andare a Mestre per impegni. Mi presento sono Renza Barbon Galluppi e sono la Presidente della Consulta per la Tutela della Salute di Venezia. Sta a me, diciamo, aprire la giornata ed anche a concluderla in quanto mi è arrivata una comunicazione scritta da parte del dott. Calligaro, che dice: “sono sopraggiunti impegni di carattere familiare che mi impediscono di essere presente stamattina all'incontro promosso dalla Consulta della Salute" e continua dicendomi: "Ti prego di voler quindi assumere al posto mio il ruolo di moderatore della discussione e di volermi scusare con tutti gli intervenuti".
Pertanto vi porgo il mio saluto e Vi ringrazio della presenza. Sono qui anche a ricordarvi alcune cose di ordine pratico, e cioè di registrare la Vostra presenza firmando una lista dei presenti all’inizio della sala; anche per poter ottenere un eventuale attestato di partecipazione o di presenza.
Come si svolgerà la giornata? Sappiamo che il tema è un tema di sfida all’umanizzazione dei servizi per verificare se si è in grado di pensare ad iniziare un percorso con le varie istituzioni sia per le persone interessate, per gli erogatori dei servizi che per i volontari che di libera scelta promuovono la salute. Vedere di formare un tavolo di concertazione effettivo per poter valorizzare e soddisfare i bisogni effettivi della popolazione. Sappiamo che qui a Venezia la Consulta è un organo propositivo e consultivo sia del Consiglio Comunale che del Sindaco. All'interno della cartellina trovate un foglio verde, è un riepilogativo, (sarebbe da piegare magari in due) è un depliant informativo sulla Consulta, in cui si dice come e perché è nata (con una delibera Consiliare ancora nel 2003) e poi come è stata messa in pratica dal vecchio Sindaco Costa e di come tutt’ora sia voluta espressamente dal Sindaco Cacciari. Tra poco sarà qui presente a testimonianza di quanto sia importante questo organo così eterogeneo di persone, con competenze diverse, ma che tutte hanno come obiettivo di fare rete ed è quindi una sfida per l'umanizzazione di cui andremo a parlare oggi.
Ci sarà una relazione da parte del dott. Ziglio, del dott. Fuolega e del dott. Scassola. Seguirà quindi verso le ore 11 un break anche per agevolare la conversazione attorno ad un buon caffè, alla fine sentiremo il pensiero del professor Massimo Cacciari che ci ha assicurato la sua presenza qui oggi, anche se in concomitanza, voi sapete, ha altri impegni molto importanti e cioè la premiazione di premi Nobel e pertanto dovrà andare fuori Venezia oltrechè venire qui. A conclusione della giornata avremo il piacere di avere anche un piccolo rinfresco.
Direi di iniziare questo percorso. Innanzitutto la Consulta si è dotata dal punto di vista organizzativo di un gruppo promotore di corsi di formazione; mi sembrava opportuno dirlo nel senso che la Consulta, voi sapete, lavora come coordinamento, con un obiettivo politico direzionale ed incentiva proprio la linea di lavoro che vede le quattro commissioni d'ambito in funzione. Si è quindi cercato di creare le condizioni per costituire un gruppo di formazione come vi ho già detto, per meglio esplorare le varie questioni inerenti la salute nel territorio.
Volevo ricordare che il convegno di oggi è stato organizzato oltre che con il supporto della Segreteria a cura della dr.ssa Codato e della signora Lucia Gabrielli anche dal dottor Tarantino dalla dr.ssa Carabelli, dalla dr.ssa Cossu e dal dott. Cocco.
Quindi come vedete, è un gruppo di lavoro per fare in modo che ci sia a tutti gli effetti un organo propositivo, consultivo ma anche capace di organizzare eventi non solo dal punto di vista logistico, come vedete. Potete immaginate quindi tutto quello che ci sta dietro all’organizzazione di un evento come questo per meglio cercare di comprendere e svolgere i temi da portare avanti.
In effetti la Consulta della Salute promuove e deve assolutamente promuovere anche nuovi concetti e stile di vita. Da questo momento noi vorremmo come Consulta portare avanti effettivamente tutto quello che ruota attorno ad un sistema per meglio svolgere il progetto globale della umanizzazione e dei servizi verso la persona.
Ora inizierei le presentazioni, dopo questi saluti che mi era doveroso fare. Sicuramente avrò dimenticato di menzionare qualcuno perché solo adesso vedo il dottor Vian, - anche lui fa parte del gruppo di formazione - mi scuso per dell’omissione ma purtroppo quando si organizza un evento può capitare appunto una dimenticanza. Chiarito questo ora passo a presentare il dott. Ziglio che proviene da una grande esperienza all’estero di formazione ed è qui a nome dell'OMS (Organizzazione Mondiale della Sanità). Il dott. Ziglio quindi, fa parte, come abbiamo già detto, della struttura dell'OMS ed è più che altro orientato nelle Scienze Sociali applicate alla medicina e anche come management della Sanità. Quindi penso che sia persona capace sicuramente di portarci conoscenze, e riflessioni che sono esperienziali a livello Europeo, per una maggiore efficacia e efficienza nel lavoro del sistema sanità affinché possano essere conglobate come idea di umanizzazione.
Il dott. Ziglio è Direttore, dell'ufficio qui di Venezia dell’OMS e di 53 Paesi Europei del centro Europa e dell'est Europa e si occupa dei fattori sociali ed economici di questi Paesi.
Quindi ora lascio la parola al dott. Ziglio, che ovviamente ringrazio della presenza. Poco fa mi chiedeva cos’è la Consulta. Ho risposto che per effetto della legge 328, (legge nazionale che dispone che ci siano momenti per i cittadini di aggregazione di partecipazione e di decisione come soggetti portatori di interesse rispetto ai temi della salute - i famosi stakeholders), si è costituita l’unione di più associazioni per cui, ad esempio ci può essere sì unità di intenti ma nella diversità, sono diversamente organizzate ma riunite in un comune intento come già detto. Ecco come e perché si è costituita la Consulta per la Tutela della Salute.
Grazie torna all'indice
Intervento del dott. Erio Ziglio
Sono io che la ringrazio per l’invito. Vorrei cominciare portando a Voi tutti il saluto da parte della Organizzazione Mondiale della Sanità ed in particolare di questa nuova sede che è nata circa tre anni fa che abbiamo messo qui a Venezia e che serve, come diceva la presidentessa, i 53 paesi che gravitano nella regione Europea. Il titolo che avete dato è un titolo molto difficile, per cui vi rendete conto che su 53 paesi è impossibile per me dare una visione molto dettagliata su quello che sta succedendo oggi in Europa per cui mi limiterò con il vostro spero accordo, ad evidenziare alcuni temi che sono un po’ tipici del dibattito, soprattutto, per quanto riguarda l’Europa occidentale e cioè dei paesi che più o meno gravitano all’interno dell’Unione Europea. Cercherò anche di fare delle riflessioni personali sperando che queste, lo dico in maniera molto umile, possano darvi degli stimoli e magari anche delle idee su come concretizzare poi questo concetto di umanizzazione.
Io non la vedo come una filosofia o come un aspetto romantico, la vedo come un elemento essenziale per dare dei servizi che siano efficaci, che siano efficienti per aumentare la performance, l’impatto dei servizi socio sanitari perché io la vedo non tanto nell’aspetto romantico ma nella buona pratica.
Questo argomento dell’umanizzazione è una cosa che sta molto a cuore a un’organizzazione come l’OMS, addirittura sta al centro nella definizione di salute che l’OMS dà nella sua costituzione. Per noi la salute è uno stato di benessere sociale, fisico, psicofisico, mentale, direi anche spirituale e non solo l’assenza di malattia. Vi rendete conto che l’atto costitutivo dell’OMS è estremamente vicino alla vostra idea di umanizzazione delle cure. Ci sono tante pubblicazioni molto recenti, so che avete copia della mia presentazione per cui le persone che sono interessate a questi aspetti, per esempio di come l’umanizzazione aumenta la qualità, può andare in Internet e può scaricare questo che è un documento molto importante per quanto riguarda l’OMS. Ultimamente l’anno scorso c’è stato un rapporto mondiale su “Working Together for Health”, significa lavorare insieme per la salute e all’interno di questo voi trovate anche moltissimi elementi che sono molto vicini a questo discorso che state portando avanti oggi. Per quanto riguarda proprio l’Europa, l’aspetto globale dell’Europa, penso che molti di voi conoscerà la dichiarazione di Barcellona, dove degli esperti di etica si sono messi intorno ad un tavolo per, mi sembra, tre anni e ne sono usciti con un rapporto estremamente interessante che penso che forse lei il relatore seguente parlerà su questo discorso degli aspetti etici e su come affrontarne altri sulla vulnerabilità l’autonomia, l’ integrità e la dignità umana all’interno delle cure sanitarie. Ma so che c’è una persona molto più brava di me per parlare di questo per cui lascio il compito al relatore seguente. Per ultimo direi che in italiano ho visto ultimamente questo libro: “Etica qualità e umanizzazione in sanità” che è a cura di un Direttore Generale di una ULSS penso qui del Veneto e con molti input da parte di esperti e persone di questa Regione per cui pensavo di segnalarveli. Dopo questa introduzione vorrei dire che nei prossimi 15/18 minuti la mia idea è di fare tre cose con voi questa mattina.
La prima dare un piccolo sguardo molto veloce alla situazione Europea. Questa Europa di 53 paesi sul tema salute. Fare una brevissima sintesi sui temi principali per quanto riguarda l’umanizzazione delle cure che sono salienti per l’Europa occidentale e poi vorrei fare alcune riflessioni. Questo è il mio programma con voi.
Partiamo con il primo punto: oggi in questa regione Europea dell’OMS ci sono 53 paesi; è una cosa un po’ strana per gente della mia età, ma questa è l’Europa del futuro, dei nostri figli: non sarà più l’Europa a 27 paesi, sarà questo tipo di Europa, circa 900 milioni di persone che gravitano in questa area europea di cui il 50% nella parte orientale e il 50% nella parte occidentale.
Una delle cose che sta molto a cuore a noi dell’OMS è di puntualizzare sempre, negli incontri pubblici, di come ancora oggi l’Europa sia un paese diviso. Se una volta era diviso dal punto di vista ideologico oggi l’Europa è divisa dal punto di vista sociale, economico e di indicatori di salute. Questo grafico vi fa vedere l’andamento dagli anni 70 al giorno d’oggi è un indicatore molto semplice, si tratta dell’aspettativa di vita alla nascita.
Ora vedete che l’Italia di media ha un andamento molto buono ma voi notate che l’Europa nel 1970 era un paese molto omogeneo, quello che non è oggi: un bambino che nasce a Venezia o a Helsinki o a Tiblisi o a Budapest ha più o meno la stessa aspettativa di vita che negli anni 70 oggi c’è una differenza di circa 15 anni tra da quella che era la situazione migliore in Europa e la situazione peggiore. E questi andamenti come vedete non stanno diminuendo, questo gap questa differenza sta aumentando. Noi siamo molto, ma molto, preoccupati su questo tipo di andamento. Operazionalizzate il concetto di umanizzazione delle cure come volete voi, alla fine penso che dovremmo avere degli andamenti in Europa che vadano a ridurre queste che noi non chiamiamo diversità ma chiamiamo ineguaglianze o iniquità dello stato di salute.
Queste grandi iniquità dello stato di salute stanno aumentando non solo tra l’Europa occidentale e l’Europa orientale ma stanno aumentano all’interno dei Paesi addirittura all’interno delle nostre città. Io porto sempre questa cartina di Londra perché Londra è una città che conoscono tutti: questa è la cartina della metropolitana ma forse avrei potuto portare la cartina dell’area veneta il concerto è lo stesso; se voi prendete la cartina dalla parte occidentale di Londra e andate verso la parte orientale quasi ad ogni fermata della metropolitana la speranza di vita, in quella piccola area, scende di un anno. Se voi lasciate la metropolitana da sottoterra andate di sopra e vi guardate un attimino in giro riuscite a capire perché esistono queste grandi diversità. Oggi nelle città tipo in Italia i migliori dati li avete a Torino. Esiste una differenza di 8/9 anni di aspettativa di vita alla nascita tra classi sociali gli stessi 8/9 anni li ritroviamo anche a Glasgow, a Malmoe, in altre città. Queste grandi iniquità queste ineguaglianze, stanno aumentando all’interno delle nostre città. Perché?
Se noi vogliamo capire e migliorare le situazioni dobbiamo comprendere che cosa veramente si intende per “salute”, quali sono le grandi determinanti. Ci sono degli aspetti genetici? Non penso che il DNA dei londinesi o dei torinesi cambi nella spazio di 2-3 km, sono fattori importanti ma non sono i fattori principali che spiegano questi grandi aumenti di ineguaglianza dello stato di salute e di un aumento di precarietà che sta sempre più crescendo. Sono aspetti ambientali? Sicuramente. Ma quello che veramente è cambiato fortemente, negli ultimi 2-3 decenni in Europa nel bene ma anche nel male, sono determinati fattori sociali ed economici di cui il sistema sanitario risente tantissimo, per cui dobbiamo capire un po’ di più cosa sono questi determinanti di salute; sono di ordine genetico, ambientale, sociale, economico? Il sistema sanitario, ha tanti determinanti di salute ma risente in tutti i paesi Europei in maniera fortissima di come noi gestiamo l’economia di come noi gestiamo lo sviluppo sociale. Questo pone una domanda. Si potrà migliorare la performance del sistema sanitario in Europa se questi sistemi sanitari, come avete in questa Regione non saranno in grado di interagire su quei fattori che determinano la salute, ad esempio, come quelli ambientali? C’è stato molto progresso in Europa su questo approccio sia sociali che economici, ma a volte nei sistemi socio-sanitari ci troviamo fallimenti di altri sistemi, ad esempio come noi gestiamo l’aspetto pensionistico, la possibilità di rischio di vulnerabilità, la povertà, le nuove povertà. Ti trovi poi problematiche sociali, economiche e te le ritrovi tutte quante all’interno del sistema sanitario. Ci saranno quelli che chiedono il Valium per riuscire a dormire la sera, quelli che chiedono altre cose, se noi nel sistema socio sanitario non siamo in grado di influenzare questi aspetti, queste altre determinanti, sarà molto difficile migliorare questi andamenti che vi ho fatto vedere prima.
Su questi determinanti soprattutto quelli sociali ed economici l’OMS ha pensato, per la situazione Europea, per i grandissimi cambiamenti che ci sono stati noi dovremmo avere una struttura che si occupi esclusivamente di dare evidenza scientifica e know-how , di buone pratiche, su come riuscire a capirli e integrarli nel modo in cui si sviluppano nei sistemi socio sanitari in Europa. La sede centrale per l’ufficio europeo dell’OMS è a Copenaghen ma su alcuni temi abbiamo alcune strutture decentralizzate. Come questa nuova struttura che è nata qui a Venezia dove ci occupiamo di questi aspetti sociali ed economici. Lasciatemi ora fare una brevissima sintesi di quali sono i temi principali che sono discussi dai Paesi Europei nel campo dell’umanizzazione delle prestazioni sanitarie. Bene o male questi sono i temi. Se voi fate un’analisi non so se il mio collega è d’accordo, bene o male, ripeto, questi sono i temi. Innanzitutto dipendono molto dalla qualità ed evoluzione dei sistemi sanitari in Europa; su 53 paesi pensate che un conto è il sistema sanitario del Kirchistan o del Turkmenistan, che fa parte della nostra sfera; un altro è il sistema della Spagna o dell’Italia.
Se noi prendiamo l’Europa occidentale che è abbastanza omogenea in termini di evoluzione dei sistemi sanitari quando si parla di umanizzazione delle cure si intende parlare di sicurezza, ad esempio, essere certi i che le prestazioni siano sicure, che non ci sia il problema della iatrogenesi, problema che viene creato dal servizio per cui ne va della sicurezza dei pazienti e dei cittadini ma anche degli operatori sanitari stessi, perché oggi ci sono una serie di problemi e problematiche nuove e quindi è molto importante che gli operatori sociali sanitari non si ammalino non corrano alcun rischio dando la prestazione ad altri pazienti. Quindi questo senz’altro è un tema della sicurezza che trovo in tutti quanti i paesi. Diciamo che in altri paesi c’è questo discorso della centralità del paziente, molte volte in termini un po’ retorici e dice che bisogna avere il paziente al centro del sistema , ma in alcuni casi ci sono anche delle esperienze estremamente interessanti, in cui il discorso della centralità del paziente almeno come termine usato, lo trovate in tutte le emanazioni di leggi o di riforme dei servizi sociali e sanitari in Europa. Però ritornerò nelle mie riflessioni personali su questo tema. Un altro campo è il discorso degli operatori, in moltissimi paesi europei oggi ci si rende conto che gli operatori socio sanitari, i medici, i paramedici eccetera hanno bisogno per esempio di una formazione permanente, duratura nel tempo, hanno bisogno di aumentare e verificare le loro competenze periodicamente. Necessitano di fare una formazione che non sia solamente disciplinare: i dentisti con i dentisti, i medici internisti con i medici internisti, i medici di famiglia con i medici di famiglia, ma molto spesso di avere anche una formazione che sia interdisciplinare. La situazione varia da paese a paese ma grosso modo in tutti questi paesi dell’Europa occidentale c’è un indirizzo di formazione permanente e anche di creazione più innovativa per quanto riguarda gli operatori. Poi c’è un discorso sull’organizzazione, e qui penso che ci sia tantissima variabilità nella situazione europea. Che cosa vorrebbe dire per esempio mettere degli indicatori di umanizzazione e di efficacia delle cure date da un sistema? Pochi paesi hanno un sistema di monitoraggio, dobbiamo quindi operazionalizzare questo concetto altrimenti diventa un bellissimo concetto però non è la parte centrale della nostra struttura organizzativa. Molte volte nelle organizzazioni ci si limita a garantire accesso a un’assistenza, però in molti di questi paesi dove vediamo che si sono queste ineguaglianze di attenzione allo stato di salute sta aumentando il problema dell’accesso, è una realtà, ma grosso modo tutti hanno diritto a un accesso quindi l’iniquità non è dovuta dal fatto che le persone hanno o non hanno accesso, questo discorso dell’iniquità deve essere monitorato in maniera sistematica perché molte volte non è un problema di accedere a, ma è un problema di trattamento: puoi accedere si, ma una persona come me magari viene trattata in modo diverso da un clochard. A volte non è solamente un problema di accedere o meno a un trattamento ma è un problema di risultato: cosa vuol dire, stesso tipo di accesso, stesso tipo di trattamento ma il risultato diventa diverso per tutta una serie di situazioni, può essere a volte una questione genetica o sociale; pensate cosa vuol dire per esempio dimettere da un ospedale un paziente anziano; in un caso il paziente ha una struttura sociale, dei network sociali che gli danno assistenza, che lo aiutano, un altro caso è quello di una persona totalmente isolata che ha avuto lo stesso accesso, lo stesso trattamento ma il risultato in termini di salute può essere profondamente diverso. E poi dobbiamo anche monitorare qual è il costo per accedere a questo tipo di assistenza: ci può essere un costo economico in alcuni paesi. Soprattutto purtroppo in paesi dell’Europa dell’est c’è un grandissimo costo economico. Ci sono i pagamenti diretti. Formalmente il servizio è gratis, però bene o male le persone pagano, pagano sottobanco e le persone povere diventano ancora più povere perché accedono e vogliono avere delle cure mediche. Fortunatamente questa è un po’ l’eccezione nei paesi occidentali ma esiste questo tipo di problema. Quindi i costi economici, costi psicologici: delle volte ci sono certi tipi di patologie, di problematiche dove c’è un costo proprio psicologico per ammettere che hai un problema e di cercarne le cure. Bene o male questi sono un po’ i temi. Lasciatemi concludere, così rispettiamo i tempi, con alcuni tipi di riflessioni: queste sono delle riflessioni che facciamo noi come OMS ma vorrei proporle in maniera molto umile: sono riflessioni mie, personali, per aver lavorato in questo campo per molti anni. Si parla molto in termini e non sono riuscito a tradurre empower. Coinvolgimento dei pazienti o dei cittadini nel pacchetto di cura che noi diamo. È importantissimo, però dobbiamo essere sicuri che non siamo naif in questo campo. Ci sono degli strumenti bellissimi, per esempio questo è uno strumento che viene usato in Australia, sono 10 suggerimenti per avere dell’assistenza sanitaria più sicura, si dice ai pazienti: “interessati attivamente della tua salute”, poi ci sono tutta una serie di sottosuggerimenti su questo primo punto: ”non aver paura di fare domande o esternare dubbi o paure, cerca di conoscere meglio il tuo stato di salute, tieni la lista di tutti i medicinali che prendi, assicurati di capire che tipo di medicinali hai e che stai prendendo, ritira e conserva tutti gli esiti esami o trattamenti, eccetera…”. Dico che anche per una persona come me, che lavora in questo campo, avrei lo stesso delle difficoltà ad affrontare queste cose. Se noi riuscissimo a fare questo sarebbe eccezionale, ma noi penso dobbiamo facilitare questo discorso di coinvolgimento dei pazienti, ci sono degli esperimenti molto interessanti, molto pratici che stanno un po’ sorgendo in molti paesi, per esempio: io potrei fare un esperimento con voi e chiedervi, anzi ve lo chiedo, perché lo faccio quasi sempre. Vorrei chiedere quanti di voi hanno visto un medico di famiglia all’ospedale negli ultimi cinque anni? Vediamo quante persone alzano la mano. Tutti! Adesso vorrei chiedervi, quanti di voi hanno chiesto a quel medico o a quell’infermiere, di lavarsi le mani prima di toccarvi? Ecco una persona. Vedete, se delle persone come noi, ed è un esempio molto semplice, hanno delle difficoltà, immaginate la gente comune. Per cui noi non possiamo dare dei compiti troppo difficili, dobbiamo aiutare, ma aiutare come? Se vai in alcuni paesi Europei oggi si trova un piccolo cartello con su scritto: “Per favore chiedimi di lavarmi le mani prima di toccarti”. Semplice! Il paziente non deve fare niente, deve solamente guardare. Potete con la vostra fantasia pensare a quante piccole cose noi potremmo introdurre per facilitare queste operazioni? Molte volte vai in una struttura socio sanitaria e devi avere molte cose a bassissima tecnologia, basterebbe un po’ di delicatezza, di tenerezza mettersi nei panni degli altri, così potrebbero essere implementate a costo zero, in modo tale che in noi, se riuscissimo a fare questo, i pazienti avrebbero un po’ più di fiducia, nella struttura. Forse dovremmo cominciare dalle cose estremamente basiche.
Io penso che i cittadini si trovano un po’ nella situazione di Sisifo, sapete la leggenda in cui Sisifo è stato condannato dagli dei a prendere questo masso enorme, portarlo su in cima alla collina e una volta su doveva ricominciare la stessa trafila. Noi come operatori sociali potremmo aiutarlo per esempio attraverso informazioni, motivazioni con un sorriso, in modo che le persone si sentano in grado di chiedere di lavarmi le mani prima che e io le tocchi. Oppure la struttura organizzativa potrebbe fare tutta una serie di interventi per ridurre un po’ questa modalità: se la salita è ripida, occorre ridurla almeno un po’. Queste due cose devono secondo me incominciare ad avvenire perché altrimenti questo discorso della centralità del paziente è un bellissimo discorso ma rimane vago e aleatorio. Tre riflessioni finali, la seconda: quali cure per quali pazienti per quali vite. Non abbiamo solo la media dei pazienti di fronte a noi abbiamo delle persone con una storia ben precisa, con delle paure specifiche, con delle ansie specifiche, con delle aspettative specifiche, con delle frustrazioni specifiche, per cui dobbiamo capire un po’ chi è e chi ci troviamo difronte. In Inghilterra, sono stato formato in questo mondo , gli inglesi hanno dal punto di vista linguistico più facilità di noi, perché noi diciamo “salute” e “malattia”, ma illness è non star bene, è più che altro un aspetto soggettivo, magari non c’è una malattia vera e propria; è più soggettivo come magari le persone percepiscono certi sintomi, ma non sono dei sintomi che minacciano la vita. Poi c’è un concetto di Disease, vuol dire che questa è una malattia, una patologia che viene codificata, viene diagnosticata dai medici o da altre persone. E poi c’è un concetto di Sickness.. Sickness è un altro aspetto che ha a che vedere con alcuni tipi di patologie o condizioni che sono riconosciuti dall’organizzazione sociale per cui tu hai diritto, se hai un certo tipo di malattia, a non andare al lavoro, ad avere dei benefici economici, eccetera eccetera. Nella nostra mentalità italiana non abbiamo questa capacità, però è importante capire quante illness, quante Disease, quante Sickness esistono nella comunità in cui noi operiamo.
Ci sono degli iceberg delle cristallizzazioni, normalmente il sistema sanitario vede solo quella che è la punta di questo iceberg in termini di sintomi che le persone sentono, ad esempio, durante una giornata, una settimana. Normalmente su ogni 16 sintomi che una persona sente, uno solo viene portato a conoscenza dalla struttura socio sanitaria formale. Non sto dicendo che bisogna correre subito, sto dicendo che esiste una variabilità, una grande quantità di sintomi di cui una parte viene, per tutta una certa serie di processi decisionali dell’individuo, considerati seri e quindi si interviene, altri rimangono ignorati dalla comunità medica. Ma esiste anche un iceberg clinico, questi sintomi hanno una patologia, alcuni tipi di patologia vengono riconosciute, vengono curate e altre non vengono curate per situazioni di origine sociale, economica eccetera. Il nostro obiettivo, penso, è quello di ridurre ed eliminare questi iceberg.
Parlando di iceberg mi viene in mente il Titanic. Quindi chi sono i pazienti, se pensate che quando il Titanic affondò le classi sociali più abbienti dei passeggeri furono dei fattori che determinarono la vita o la morte dei viaggiatori? In prima classe su un totale di 143 viaggiatrici solo quattro perirono, in seconda classe le vittime furono 15 su 93, nella terza classe 81 donne su 179 affondarono con la nave. I passeggeri della terza classe ricevettero l’ordine di rimanere sottocoperta e in alcuni casi l’ordine fu fatto eseguire sotto la minaccia delle armi. Quindi i fattori sociali restringono il nostro campo in questa struttura qui a Venezia: al danno spesso si aggiunge la beffa, le persone più svantaggiate oltre ad avere minore accesso e minore qualità negli interventi efficaci e appropriati, rischiano spesso di essere vittime di inappropriatezza e di inefficacia, sprecando quindi risorse. Penso che questi siano temi molto specifici, sono dei temi e delle situazioni che però possono essere valutate, misurate, per vedere se stiamo migliorando la situazione o se la stiamo peggiorando. Ultima riflessione: che cosa stiamo imparando in Europa?, Senza dubbio che bisogna fare un miglior lavoro per accogliere le persone prima e curare le malattie dopo. Abbiamo a che fare con persone malate, non con utenti o pazienti, ripeto con persone! La dichiarazione di Barcellona cui ho accennato prima, si occupa di queste cose, ma c’è ancora qualcosa che stiamo imparando e sulla quale vorrei finire il mio incontro con voi, ed è che noi dobbiamo pensare sempre più in termini di sistema. Molte volte quando pensiamo all’umanizzazione pensiamo ad un medico e una persona: cioè ad una modalità di due persone messe in relazione. Oggi se voi pensate con il tipo di problematiche socio sanitarie che abbiamo, con l’aumento delle malattie croniche non trasmettibili, dobbiamo pensare che non è la professione del medico che ci risolve il problema, deve esserci un sistema organizzato. Quindi per riuscire a concretizzare questo aspetto dell’umanizzazione noi dobbiamo pensare sempre più in termini di sistema. Quali sono le chiavi del sistema? Il sistema deve essere sicuro, tempestivo, efficiente, equo, efficace e centrato sul paziente. La mia proposta, per la mia esperienza di lavorare con i paesi Europei su questi temi, è che queste cose devono essere misurate, la sicurezza può essere misurata. Vediamo se miglioriamo o non miglioriamo, se abbiamo un problema che cosa fare, in modo sistematico, questo deve far parte della parte della prassi secondo cui noi gestiamo e sviluppiamo le organizzazioni sociali e sanitarie. Dobbiamo monitorarlo, dobbiamo migliorarlo. Ma per far questo, anche i sistemi sanitari devono darsi dei tempi, ci deve essere un tempo in cui in cui misuriamo un tempo in cui valutiamo. Dobbiamo avere dei dati precisi, dobbiamo avere delle abilità, delle risorse in più per fare questo tipo di lavoro e non altro, dobbiamo avere un commitment, e significa una volontà professionale e politica per migliorare le cose. Anche questo viene descritto molto meglio da questo documento dell’OMS. Quindi spero di esservi stato almeno per un po’ utile, magari per rompere il ghiaccio per la discussione di oggi All’inizio ho detto che questi non sono aspetti filosofici, forse dovrei concludere con una citazione poetica, e dire: “Quando curi una malattia puoi vincere o perdere, quando ti prendi cura di una persona puoi solo vincere”.
Spero di esservi stato utile e grazie ancora per l’invito, vi faccio gli auguri per il lavoro di oggi.
Presidente
Grazie dottor Ziglio è stato semplicissimo, molto profondo nel tema, io non so se qualcuno vuole fare qualche domanda specifica? Io stessa ne avrei già una: lei ha parlato di Torino, io sono stata a Torino e ho preso l’autobus, mi sentivo molto italiana, l’unica italiana all’interno di un autobus. Tutto sta cambiando completamente, le nostre città metropolitane stanno cambiando: vedevo che nei nostri Piani di Zona qui a Venezia ci si occupa dell’immigrazione, della salute vista anche dal punto di vista della povertà. Perché Lei ha citato proprio Torino? È una curiosità che mi ha fatto pensare.
dott. Erio Ziglio
Io ho citato Torino perché mi hanno assicurato che a Torino hanno dati molto
precisi su questo, c’è un epidemiologo sociale e si chiama professor Giuseppe Costa, penso che sia molto conosciuto a livello internazionale, sono molti anni che raccolgono questi dati. Sono molto fiducioso sul discorso delle statistiche, sulle statistiche di piccoli gruppi, perché normalmente il trend che vi ho fatto vedere è la media sull’Italia. Va bene, la media sull’Italia è interessante ma sarebbe magari interessante sapere qual è la situazione media del Veneto, magari dal Sindaco. Oggi come oggi c’è una tecnologia che permette ai Sindaci di andare al lavoro, accendere il computer e vedere come gli indicatori sanitari cambiano da via a via, da sestiere a sestiere, da distretto a distretto. È un discorso molto interessante. Il discorso per cui lei si trovava come unica italiana sull’autobus, è chiaro che oggi come oggi, il personale socio sanitario avrà a che fare sempre più, non sempre meno, con cittadini che hanno una cultura multietnica. Quindi pensate cosa vuol dire percepire certi sintomi, certo sono importanti, rispetto alla cultura. Noi siamo stati formati secondo la cultura cristiano giudaica, abbiamo un certo modo anche di interagire con i pazienti. Ma per essere ancora più semplice e più pratico, dal momento che ha apprezzato il fatto che ero molto semplice, dico che oggi come oggi noi dobbiamo ripensare quasi radicalmente alla formazione degli operatori socio sanitari nella relazione che hanno con i vari tipi di persone. Parlo sempre ai medici di famiglia: voi oggi avete un sacco di strumenti per assicurarvi di fare una diagnosi molto precisa, ma che tipo di strumenti, che tipo di formazione vi ha dato l’Università? Dei corsi di formazione, quello che volete voi, per assicurarvi che quel paziente musulmano a cui avete fatto una diagnosi e a cui avete prescritto delle pillole ogni 3 h le prenda durante il Ramadan?. Durante il Ramadan questa persona non ingerisce cibo, poi non possiamo lamentarci che non seguono le indicazioni che noi gli diamo! Innanzitutto dobbiamo sapere quando c’è il Ramadan, secondo che cosa possiamo imparare dai nostri colleghi che lavorano in paesi dove queste situazioni sono normali, per riuscire ad assicurarci che in effetti è possibile essere certi i che le persone seguano la prescrizione medica e quindi di prendere certi tipi di medicine durante l’arco della giornata e durante il Ramadan? Io direi che queste cose dovrebbero essere spiegate il primo giorno di Università, in modo molto serio, invece noi parliamo di altri aspetti, della fisica, della chimica, molto importanti voglio dire, ma questi campi di interazione e comunicazione e di empower vengono episodicamente offerti ai nostri studenti in corsi che vengono considerati marginali, verso la fine dei corsi, invece dovremmo forse in maniera molto umile dire, “ma guarda il mondo è cambiato” forse dobbiamo cominciare la formazione su basi molto diverse, perché poi alla fine questi tipi di situazione che vi ho spiegato sembrano quasi un po’ banali, ma alla fin ripeto e sono quelli che creano grandissimi problemi. Potrei stare qui fino a domani mattina a farvi altri tipi di esempi, ma voi siete degli esperti per cui penso che il messaggio sia stato raccolto. torna all'indice
Presidente
Gentilissimo, grazie c’è ancora qualcuno che vuole fare qualche domanda al dottor Ziglio? Bene! La ringrazio di questa sua esposizione penso che ci servirà e ci farà molto riflettere quando partiremo con questo corso per impostare il lavoro della Consulta. Grazie mille.
Il dott. Fabio Fuolega della Regione Veneto, lavora nell’ufficio di programmazione che c’è a palazzo Molin mi pare, vero? Qui dietro a Sant’Agostin. E’ referente per il progetto Regionale sull’Umanizzazione dei servizi socio sanitari, quindi dal pensiero che è stato riportato dal dottor Ziglio che riguarda come creare le condizioni per una buona salute, comprendiamo come la Regione Veneto abbia dato mandato al dottor Fuolega di mettere in pratica di cercare di attuare questa modalità dell’umanizzazione dei servizi. Ho avuto il piacere di conoscere personalmente il dottor Fuolega, sono stata da lui presso il suo ufficio, mi ha presentato tutto il progetto. Comprendo, io che rappresento il mondo delle malattie rare dal punto di vista Nazionale, quanto sia importante saper ascoltare il paziente e come un servizio venga erogato tenendo conto della centralità della persona. Sappiamo come ultimamente lei sia stato relatore di un libro importante scritto sull’ etica sulla qualità e sull’umanizzazione. Quindi ho preso nota che sono questi i tre pilastri della struttura organizzativa propria del sistema socio sanitario dove viene definita l’etica e come si delineano le finalità del sistema e quindi come supportare le scelte organizzative per una buona qualità dei servizi per soddisfare i bisogni degli utenti. Quindi il dott. Fuolega è una persona che vede le necessità dei cittadini e cerca di aiutare, di impostare tutto questo nuovo sistema che è importante per le buone condizioni di salute degli utenti cittadini; sistema che a livello pratico tenta di far applicare e si spera che non rimanga solo un concetto filosofico. Do la parola al dott. Fabio Fuolega.
dott. Fabio Fuolega
Grazie, volevo ringraziare anche il dottor Ziglio perché ha toccato molti dei temi che toccherò anch’io, come vedrete, la presentazione che vi farò vedere è leggermente diversa rispetto a quella che avete nella cartellina, in quanto ho inserito delle integrazioni a cui vi prego di prestare attenzione.
Quando si parla di umanizzazione, si strappa facilmente un sorriso ironico: perché generalmente questo termine viene pensato come una parola vuota, come una parola buona per gli utilizzi diciamo propagandistici e pubblicitari del management sanitario. Io cercherò invece di darvi delle argomentazioni che dimostrano come questo tema sia estremamente concreto e sia uno degli elementi fondanti di un nuovo approccio alla sanità, che sta emergendo nel periodo che stiamo vivendo. Allora, da dove nasce questa necessità, perché si parla di umanizzazione: innanzitutto si parla di umanizzazione per delle ragioni che discendono dall’applicazione di alcune leggi: poi si fa di umanizzazione perché c’è un contesto sociale, culturale più sensibile di anni fa a questa tematica. E poi infine ci sono maggiori informazioni disponibili ai cittadini-utenti come diceva anche il dottor Ziglio.
Bisogna poi vedere queste informazioni come vengono utilizzate, ma comunque sono disponibili sia attraverso la rete che attraverso la televisione, insomma attraverso tutti i media che conosciamo. Su queste basi si sviluppano alcune riflessioni e conseguentemente si cerca di attivare degli interventi su questa tematica. Per quanto riguarda l’aspetto normativo, i riferimenti sono diversi: il primo è l’articolo 14 del decreto legislativo 502/92 che come sapete è la seconda riforma della sanità del nostro paese, poi altri fonti normative che qui vedete citate sono relative alla carta dei servizi sanitari e allo sviluppo di un primo set di indicatori che poi non è stato quasi applicato all’interno delle aziende sanitarie.
L’ultimo riferimento è la legge regionale 56/94 che è la legge che disciplina i rapporti fra l’ente regione e le aziende sanitarie del Veneto e quindi definisce in maniera precisa e puntuale quelli che sono i compiti di indirizzo e controllo della regione Veneto nei confronti delle aziende. Il contesto sociale e culturale invece è molto più corposo di quello normativo, vi cito solo alcuni testi che sono usciti recentemente che dimostrano un grande insieme di approcci a questa tematica. Il primo testo che voglio citarvi è di Marco Venturino si chiama “cosa sognano i pesci rossi” è un libro scritto sotto forma di romanzo, l’autore è un medico oncologo che ha lavorato anche con Veronesi e che lavora al Istituto europeo di oncologia di Milano, che descrive la vicenda di un uomo tracheotomizzato che è ricoverato a causa di un cancro e che descrive la propria condizione proprio come quella appunto di un pesce rosso chiuso in una vasca cioè un soggetto che non riesce a muoversi e che ha uno spazio limitato di interazione con il mondo esterno. Il secondo volume che voglio citarvi è stato scritto da un filosofo della medicina Ivan Cavicchi collaboratore anche del ministero della salute, si intitola “ ripensare la medicina”. Questo testo è direi una poderosa riflessione su quella che è la medicina per come la conosciamo e su quelli che potrebbero essere gli indirizzi da intraprendere per modificare l’attuale ottica relativa a questa disciplina scientifica.
L’ultimo libro che vi cito è ”dall’altra parte”, scritto da tre medici che purtroppo hanno contratto il cancro e che descrivono la loro esperienza appunto, definendola dall’altra parte cioè dalla parte del cittadino-utente, che purtroppo spesso gli operatori sanitari non si trovano a considerare anche per ragioni oggettivo-organizzative. Altri elementi di questa riflessione sono in campo per così dire politico amministrativo e il primo riferimento è il progetto sull’ospedale per eccellenza voluta dal ministro Veronesi nell’anno 2000, progetto che è stato diretto a sua volta da un medico oncologo che si chiama Maurizio Mauri, che è direttore dell’istituto tumori di Genova. Questo progetto ha definito la struttura di un ospedale a un basso numero di posti letto e ad alta tecnologia, ma anche ad un altro tasso di umanità. Infatti la prima parola del decalogo è appunto l’umanizzazione. Il secondo riferimento invece è un documento molto recente emesso dal ministero della salute e si chiama “New Deal della salute”: è un documento di principi a cui si ricollega anche il patto per la salute che è invece un documento di tipo economico e finanziario che è stato frutto anche di un accordo fra Stato e regioni. L’ultimo elemento che voglio citarvi è l’audit civico sviluppato da un’organizzazione di volontariato “Cittadinanza attiva” che è fra i componenti del gruppo operativo regionale che sta sviluppando il progetto sull’umanizzazione.
La prospettiva che delinea il progetto regionale è quella del riorientamento del sistema socio sanitario regionale nella direzione della centralità della persona umana. Cosa significa questo? Significa innanzitutto prendere atto di una condizione che stiamo vivendo tutti, che è quella di una progressiva disumanizzazione. Ricordo che il festival della filosofia di quest’anno, per esempio, ha avuto come titolo “la disumanizzazione ha un grande futuro”, un titolo ironico per appunto, per affermare la situazione che stiamo vivendo tutti e che vivono in particolare le persone che si rivolgono ai servizi sociosanitari. Questa prospettiva è stata confermata nel programma di governo della giunta regionale per l’ottava legislatura, ed è stata nuovamente confermata in un progetto di legge che è attualmente in discussione nelle sedi competenti della regione, che è il progetto di legge regionale n.13 del 2005. Gli atti con cui invece è stato attivato il progetto sono due delibere, la 2319 del 2004, e la 954 del 2005, due atti che hanno stabilito un primo approccio e il secondo atto stabilisce degli atti operativi per sviluppare il progetto.
Questo che vedete proiettato e il sistema socio sanitario regionale che come potete comprendere, è un sistema estremamente complesso, fra i più articolati fra i sistemi regionali, comprende 23 aziende fra aziende ULS e aziende ospedaliere (21 ULS e 2 aziende ospedaliere) a cui si aggiunge oggi anche un IRCS, lo IOV, l’istituto oncologico veneto, e una struttura, una macrostruttura regionale che è composta da sei direzioni che afferiscono alla segreteria sanità e sociale. Oltre a queste direzioni, esiste un’agenzia regionale, l’agenzia ARS, agenzia regionale sociosanitaria, che è un ente strumentale della regione che si occupa di qualità e accreditamento. C’è poi un’unità il progetto per la sanità animale che riguarda l’aspetto prevenzione il sistema sanitario. Personalmente, lavoro presso la direzione risorse sociosanitarie e che la direzione che governa i flussi economici e finanziari che appunto pervengono dallo Stato alla regione e sono destinati alla sanità.
Dicevo all’inizio del mio intervento, che quando si parla di umanizzazione si strappa facilmente un sorriso perché viene considerata una parola vuota, noi abbiamo cercato di riempire questo concetto attraverso l’analisi di quattro macro aree di riferimento che sono: l’accoglienza, l’orientamento, la trasparenza e la comunicazione. Rispetto a queste quattro macro aree è stato costruito un modello, che come vedete è un modello organizzativo gestionale, e che è ispirato ai sistemi di gestione per la qualità, cosa che ritrovate anche nel simbolo del progetto sulla base di queste quattro macro aree è stato anche realizzato un manuale che appunto esplicita questo sistema di gestione e lo articola in tre sezioni, sostanzialmente. La prima sezione riguarda i fondamenti, la terminologia e i limiti del sistema e anche del manuale. La seconda parte riguarda il cuore del sistema e contiene gli indicatori attraverso cui si misura il livello di umanizzazione e qui mi ricollego al discorso che faceva il dottor Ziglio sulla necessità di misurare per rendere concreto questo termine. La terza parte invece è stata demandata ad una fase esperienziale che come vedrete è la fase di autovalutazione in relazione alla umanizzazione.
Gli indicatori sono suddivisi anche per area aziendale cioè per azienda in senso lato, per presidi ospedalieri, per distretti e per dipartimenti di prevenzione. Vi scorro rapidamente anche i principi, perché si collegano in maniera specifica a quanto ha detto il dottor Ziglio prima, vi sono dei principi che sono una combinazione fra dei principi desunti dall’organizzazione mondiale per la sanità e una grande gamma di discipline scientifiche che come vedremo inquadra un ambito multidisciplinare come diceva il dottor Ziglio nel suo intervento. Il primo principio ci parla di una locuzione, di una visione olistica: con questa locuzione si intende appunto la considerazione dell’essere umano a partire dalla sua dimensione fisica fino ad arrivare alla sua dimensione spirituale. Il sistema aperto invece è una caratteristica delle cellule degli organismi delle organizzazioni e degli individui che da un punto di vista anche economico, è stato trasferito per quello che riguarda gli aspetti organizzativi anche in ambito sanitario.
Dovete pensare che il sistema sanitario si nutre di elementi in entrata, quindi input, e che questi input sono le richieste di prestazioni socio sanitarie; le richieste passano attraverso il sistema e dell’output, cioè l’uscita, la risposta sono appunto le prestazioni socio sanitarie. In sanità c’è anche un’analisi retroattiva che riguarda i risultati, per usare la terminologia anglosassone l’ (incomprensibile) di questo processo. Il sistema aperto nel nostro caso è riferito sia alle aziende che all’organizzazione regionale nel suo complesso. Il benessere è un concetto che ha già ricordato il dottor Ziglio prima. Comunità è invece il punto di riferimento delle aziende socio sanitarie. L’empowerment qui invece viene inteso secondo due accezioni: la prima accezione della capacità di trasferire delle informazioni necessarie al cittadino-utente da parte del professionista della salute: il medico, l’infermiere, lo psicologo eccetera. La seconda accezione invece è di tipo organizzativo e riguarda la capacità di trasferire informazioni dal vertice aziendale fino alla base dell’organizzazione. Equità nella salute significa eguaglianza di accesso (ne ha parlato anche il relatore precedente) , senso di coerenza è qualcosa che vorremmo ispirasse tutto il sistema, cambiamento invece fa riferimento ad una nozione che proviene dalla biologia che è la retroazione positiva. Retroazione positiva che spinge al cambiamento. Governa economico del sistema non è qualcosa di slegato da tutto ciò, tant’è che il progetto è stato affidato alla direzione risorse socio sanitarie. Dignità e rispetto non solo per i cittadini utenti ma anche per gli operatori. Ascolto, come vedremo è un principio collegato anche a lei i fondamenti teorici e scientifici che sono relativi a ogni singolari, in questo caso il riferimento è ai gruppi Balint. Dimora di esperienza nella definizione con cui abbiamo indicato tutte le strutture socio sanitarie perché pensiamo che anche in un ambulatorio, per quanto piccolo esso sia, una persona viva un’esperienza e probabilmente quell’esperienza darà l’immagine dell’intera organizzazione o addirittura dell’intero sistema. Affidabilità è un’altra caratteristica che si chiederebbe al sistema.
I fondamenti teorici: i fondamenti teorici per le aree dell’accoglienza e dell’orientamento sono, come dicevo prima, i gruppi Balint e sono dei gruppi di auto-aiuto inizialmente destinati ai medici di base, nati verso la fine della seconda guerra mondiale e poi estesi dall’istituto Tavistock di Londra, sono molto utili perché pongono l’operatore sanitario nella dimensione dell’altro, lo abituano ad entrare in questa dimensione. I riferimenti teorici invece dell’area della trasparenza sono essenzialmente di tipo giuridico: il primo è il principio di ragionevolezza, principio che si ritrova in tutti gli ordinamenti dell’Europa continentale, e che ci parla dell’equo contemperamento degli interessi in gioco. È stato inserito anche perché viene utilizzato molto spesso dai giudici di cause che riguardano i sanitari. Da questo principio discendono altri due principi che sono inseriti invece nella nostra costituzione, precisamente nell’articolo 97 e che sono il principio di imparzialità e buon andamento dell’amministrazione pubblica. A loro volta da questi principi discendono un’altra serie di ulteriori principi, fra cui il principio di trasparenza che è stato concretizzato nel nostro paese con la legge 241 del ’90 che prevede il diritto di accesso agli atti, il responsabile del procedimento eccetera. I riferimenti all’area della comunicazione invece partono dalla cibernetica, che è la scienza della comunicazione e controllo, attraversano gli studi di Gregory Benson è stato un grande antropologo ma anche un grande studioso di psichiatria, arrivano a Paul Watzlawick, deceduto circa 20 giorni fa e che è stato lo studioso che ha sistematizzato i processi comunicativi umani creando un impianto teorico di notevole interesse e citato in quasi tutti gli studi che riguardano la comunicazione. Gli ultimi riferimenti sono Umberto Maturana e Francisco Varela e invece sono due biologi di origine cilena, uno per la precisione neurobiologo che hanno sviluppato la nozione di auto poiesi, nozione che fa riferimento al concetto di cui parlavo prima che è quello di sistema aperto: in questo caso si parla degli organismi delle cellule delle organizzazioni degli individui come elementi che sono nel contempo sistemi aperti e i sistemi chiusi, cioè quando lo vogliono possono chiudere i loro confini anche se in maniera non stabile. Questo concetto ci fa riflettere sulla capacità di organizzazioni degli individui e degli organismi in genere di autopromuoversi.
Nel nostro caso questa nozione è utile per comprendere i processi di auto-cura e possono essere attivati nella persona. I limiti del manuale: i limiti del manuale sono invece relativi a tutta quell’area che possiamo definire come area immateriale, cioè la parte per così dire spirituale e l’area emozionale e psicologica. Questi limiti stanno per essere superati nel senso che al gruppo regionale collaborano tecnici e studiosi che si occupano di queste tematiche e sicuramente sarà sviluppato anche un impianto su questi temi. Questa è la struttura degli indicatori, per venire all’aspetto pratico del processo che è stato attivato, gli indicatori sono composti da una matrice che contiene una sezione oggettiva e una soggettiva. La sezione oggettiva riguarda la parte in cui si chiede la presenza o meno di un requisito e si dà una risposta secca: sì o no. La parte soggettiva e invece definisce una matrice che contiene i punti-forza e i punti-debolezza, le opportunità e i rischi relativi a quel preciso indicatore. È molto utile perché consente agli operatori che faranno questo lavoro di porsi da quattro punti di vista diversi, a scendere molto di più in profondità rispetto o a una domanda secca. La misurazione, di cui si parlava prima: a queste matrici sono collegati dei punteggi, i punti-forza, le opportunità hanno dei punteggi positivi, i punti-debolezza ed i rischi hanno dei punteggi negativi. I punteggi negativi vanno a determinare un punto di minimo, invece i punteggi positivi vanno a delimitare un punto di massima. In questo modo si delimita un intervallo e sulla base di questo intervallo attraverso una procedura matematica che è l’interpolazione lineare, si assegna un punteggio e alle singole aziende se ci troviamo in ambito regionale e ai singoli settori aziendali se invece ci troviamo in ambito aziendale.
Questo metodo di misurazione sarà applicato dal gruppo regionale, inizialmente era stato pensato anche per un’applicazione diretta dai gruppi aziendali ma poi si è deciso appunto di definirlo in sede regionale e di assumere la completa responsabilità di questo fattore. Per spiegare questo progetto sono stati svolti 23 incontri all’interno di tutte le aziende del Veneto, e in cosa consiste l’auto-valutazione? Consiste in termini tecnici in una ricerca-azione, cioè una ricerca effettuata da soggetti che sono coinvolti nel fenomeno osservato: ciò fa perdere in oggettività ma fa acquisire alla ricerca una valenza molto più profonda e caratterizzata da sensibilità. Questa è invece la struttura del database, che è lo strumento operativo che viene applicato dai gruppi aziendale per l’autovalutazione, e queste sono le diverse schermate che si possono osservare. Come vedete le diverse aree, l’accoglienza, l’orientamento, la trasparenza e la comunicazione sono suddivise per codice e colore. Questo codice e colore serve anche ad impedire eventuali errori di inserimento. A queste schede da compilare attraverso il computer sono collegati dei report che possono essere stampati alla conclusione o anche nella fase iniziale come hanno fatto la generalità dei gruppi aziendali per la gestione in cartaceo di questa rilevazione. Vedete che nella parte sottostante della diapositiva e nella parte che riguarda la matrice con i punti-forza, i punti-debolezza e le opportunità ed i rischi sono stati inseriti dei punti già preordinati che nel manuale inizialmente non c’erano. Questo lavoro è stato fatto per supportare i gruppi aziendali per fornire una maggiore omogeneità nella rilevazione. Questa invece è la griglia contenuta nel database che servirà per l’applicazione del metodo di misurazione che vi ho descritto prima.
Uno degli elementi come dicevo, è stata fino adesso l’auto-valutazione per cui il riferimento fondamentale è stato interno, cioè il processo che è stato svolto è stato svolto da un punto di vista di autoanalisi all’interno delle aziende. La fase che si sta cercando di costruire sin dalla nascita del progetto ma che adesso sta entrando in una dimensione operativa, è quella della costruzione della rete per l’umanizzazione. La rete per l’umanizzazione che verrà esplicitata in un tavolo permanente: inizialmente i tavoli stabiliti erano quattro, uno con i gruppi aziendale, uno con le pastorali della salute, uno con gli ordini professionali e l’altro con le associazioni di volontariato. Per volontà anche dei gruppi aziendali, questo tavolo sarà unico, e penso che questa sia stata una buona scelta anche perché dimostra la capacità e la volontà di confrontarsi anche all’esterno da parte dei gruppi aziendali e non solo da parte delle organizzazioni aziendali in genere. Di questo tavolo faranno parte appunto gli ordini professionali, i gruppi aziendali, il gruppo operativo regionale, le associazioni di volontariato, le pastorali per la salute e tendenzialmente anche altri soggetti istituzionali, come può essere ad esempio il comune all’interno di un’area territoriale e comunque organismi come può essere la consulta della salute, che appunto fanno riferimento anche al comune.
Giunti a questo punto mi piace citare un sociologo americano che si chiama Chester Barnard e che ci dice: “ nel momento in cui cominciano a cooperare per conseguire fini comuni, gli uomini entrano in una realtà sociale che è qualitativamente diversa da quella definita dal loro agire individuale ”. Cosa significa questa frase: significa che un processo come quello che vi ho descritto fino a questo momento è un processo ambizioso e che per ottenere il suo obiettivo, ottenere dei risultati abbisogna del contributo non solo delle organizzazioni aziendali (per cui del fronte interno della sanità veneta), ma abbisogna anche di altri soggetti, come quelli che vi ho citato precedentemente, per costruire insieme una rete che riesca realmente a ri-orientare il sistema. Come può essere operativamente raggiunto questo obiettivo? Abbiamo visto che i gruppi aziendali che sono composti da almeno cinque persone per ogni azienda sono impegnati attualmente nella fase di autoanalisi, di auto-valutazione interna alle aziende. Ma a questa fase potrebbero essere affiancate ulteriori attività da parte dei soggetti che contribuiscono alla nascita e alla crescita della rete per l’umanizzazione.
Queste che vi elencherò sono solo delle ipotesi ovviamente, sta alla libertà poi di ognuno considerarle o meno e di sviluppare come meglio ritiene il processo di contributo e di collaborazione che intende attuale. Per le pastorali della salute si pensa ad una carta della persona sofferente che contenga diciamo l’approccio di tipo religioso e spirituale alla dimensione sanitaria di cura. Per quello che riguarda le associazioni di volontariato si pensa ad una diagnosi esterna del sistema. Abbiamo visto i gruppi aziendali con una diagnosi interna del sistema. Per quello che riguarda gli ordini professionali si pensa ad una carta delle professioni per l’umanizzazione. Tutti questi documenti sarebbero coordinati come funzione di stimolo e coordinamento dal gruppo operativo regionale e sarebbero supportati dagli altri soggetti istituzionali tra cui la regione. Dove potrebbero confluire questi contributi? Potrebbero confluire nel manuale che è pensato come un documento dinamico che ha avuto la sua prima stesura nel febbraio del 2005 e che sarà riscritto in maniera si auspica sistematica e che diventerà proprio uno strumento gestionale anche all’interno delle aziende, per cui potrebbero essere anche che i singoli capitoli inseriti all’interno del manuale.
A questo punto devo richiamare la vostra attenzione su un elemento fondamentale, cioè sul fatto che siamo tutti portatori di verità parziali, nessuno ha in tasca la verità assoluta. Per cui il risultato che si intende ottenere lo possiamo ottenere solo se il contributo che viene da parte di ognuno viene sviluppato secondo processi di crescita comune, e quindi l’opportuna che ci viene offerta non deve essere utilizzata per assumere atteggiamenti di tipo rivendicativo oppure per utilizzare questi strumenti addirittura contro gli operatori che già sono stremati direi dalla situazione organizzativa attuale. In realtà ogni pezzo di verità deve andare a comporre un quadro il più possibile completo attraverso cui tutti i soggetti coinvolti collaborino insieme per costruire questo processo di ri-orientamento.
Ma veniamo alle associazioni di volontariato visto che sono tra le protagoniste di questi incontri di oggi: questa è una scheda-ipotesi di come potrebbe essere materialmente costruita quella osservazione esterna di cui parlavo prima: avete visto com’è stata costruita la matrice in ambito aziendale, e questa invece è la matrice che potrebbe essere utilizzato in ambito esterno da parte di soggetti che guardano l’organizzazione dall’esterno. Dovrebbe essere in questo caso indicata l’azienda, la struttura, il presidio ospedaliero, il distretto il dipartimento per la prevenzione o quant’altro, dovrebbero essere indicate barrando la casella relativa le aree di riferimento, per cui l’accoglienza, l’orientamento, la trasparenza e la comunicazione; come vedete poi successivamente si utilizza la terminologia medica, questo per creare degli elementi comuni fra i diversi soggetti che entrano in questo grande processo di cambiamento. La diagnosi rappresenta due fattori: il primo fattore è l’indicatore cioè cosa ritengono i cittadini potrebbe essere utile a quella struttura, a quella particolare struttura sanitaria o a quell’unità operativa o a quella stanza di degenza per fare un esempio. Quali considerazioni possono essere espresse su quella che è la situazione e viene osservata? I problemi collaborativi invece sono degli elementi che possono essere rilevati e che fanno riferimento alla sostanza della rilevazione, cioè alla considerazione del cittadino-utente ha nei riguardi degli operatori sociosanitari quindi della possibilità di comprendere e di comunicare con loro. L’ultima casella è la possibilità di miglioramento e quindi delle indicazioni indirizzate al miglioramento. Come avete visto prima non si tratta di dire il buono o chi è cattivo ma si tratta di individuare le aree di possibile miglioramento per ri-orientare il sistema.
Questo è il prossimo obiettivo della formazione per la umanizzazione, e ne ha parlato anche il dottor Ziglio vi do alcune anticipazioni di merito. Non c’è ancora nulla di ufficiale in questo ma sono solo delle indicazioni sommarie su questo tema. La deliberazione 954 del 2005 ci dice che va attivato un percorso formativo destinato ad almeno cinque persone per azienda: i destinatari potrebbero essere il personale delle aziende ULS ed ospedaliere che attualmente è occupato nella fase di autovalutazione, i medici di medicina generale e i pediatri di libera scelta, il personale e i servizi sociali delle aziende ULS e dei comuni di riferimento, nonché i componenti delle associazioni di volontariato che contribuiscono allo sviluppo del progetto. Il numero dei destinatari, perlomeno per quello che è fissato dalla delibera, è di 125 persone, cioè cinque persone per ogni azienda. Queste 125 persone nell’ipotesi che si sta sviluppando dovrebbero essere suddivise in cinque sezioni; la contribuzione dovrebbe essere parte delle aziende sanitarie, parte individuale e parte della regione Veneto. Le figure create attraverso il percorso formativo sono tre, partono dal livello più basso che è il mentore vocazionale che è riferito alle unità operative presenti nel Veneto, poi il mentore organizzativo che fa riferimento al livello del dipartimento, e il mentore gestionale che invece fa riferimento agli organi di staff e all’assetto, al management aziendale.
Concludo ritornando al punto iniziato da cui sono partito, cioè l’umanizzazione che solleva un sorriso ironico in molti è in realtà qualcosa che abbiamo già dentro di noi questa diapositiva l’avete già vista con il dottor Ziglio, si tratta di compiere iuno sforzo e di costruire insieme un processo che è inedito per molti punti di vista anche in ambito nazionale, in quanto in quasi nessun progetto esistente attualmente viene adottata un’ottica sistemica come in quello della regione Veneto. Vi ringrazio.
Presidente
Grazie dottor Fuolega penso che sia stato molto pratico specialmente in tutta la parte che ci concerne. Alla fine Lei ci chiede di parlare anche di quello che non va, di monitorarlo e di vedere anche i vari punti di vista la verità vera insomma è un insieme, un puzzle, un quadro di verità che emerge da tutti. Perché noi spesso guardiamo solo il nostro problema e pensiamo che il nostro sia sempre più grande, enorme, quando invece la verità sta infatti da più parti.
Io ringrazio, se c’è qualcuno che vuole fare una domanda, prego se si presenta grazie.
Intervento del pubblico
Un componente del comitato della sperimentazione del farmaco (del centro diritti del malato:ho un’esperienza professionale di organizzazione sulla qualità del servizio. Ho una perplessità sull’impianto: noto una scarsa attenzione alla semplificazione delle strutture e della procedura che il paziente deve subire quando ha bisogno di una prestazione. Umanizzazione è anche il fatto di non dover fare tre code, tre file come si fa attualmente quando una persona ha bisogno di un prelievo. Un’attenzione a una migliore organizzazione vuol dire umanizzazione. Il secondo aspetto è la comunicazione: ad esempio: c’è poca enfasi in questo progetto secondo me per quello che riguarda la comunicazione dei diritti: che cosa aspetta quand’è che posso ordinare, posso avere il pannolone o una qualche protesi. È su questi due aspetti credo che occorrerebbe una maggiore enfasi, perché umanizzazione vuole anche dire questo, vuol dire forse soprattutto questo.
Risposta del dott. Fabio Fuolega
Per risponderle avrei dovuto entrare più nello specifico rispetto anche al contenuto del manuale. Il manuale contiene circa 300 indicatori fra cui ci sono degli indicatori specifici anche relativi alle aree che Lei ha citato; Lei dice pochi, sono già molti 300 indicatori e bisognerebbe invece affinarli e svilupparli in maniera più articolata quello si. Però deve pensare che l’esperienza è relativa ad un progetto che è nato nel 2005 e che riguarda tutto il sistema che le ho descritto prima, un sistema che è enorme nelle sue dimensioni. Comunque il contenuto che lei ha citato è presente all’interno del manuale, non è che non sia. torna all'indice Presidente
Dopo aver parlato del concetto di umanizzazione all’interno del sistema della salute abbiamo detto poi come a livello pratico la Regione abbia dato delle linee guida, con il progetto dell’umanizzazione dei servizi presentato dal dottor Fuolega. Sono stati nominati più volte oltre alle associazioni gli utenti e anche la figura dei medici di base e dei pediatri, Sono state ulteriormente evidenziate le linee portanti rilevate dagli interventi. Abbiamo qui presente il dottor Scassola che è membro del coordinamento della Consulta della Salute è anche il Presidente della Federazione dei Medici di Base della Provincia di Venezia. Quindi do la parola a Maurizio Scassola per illustrarci, un po’ dalla parte del medico, i progetti e la sfida nella promozione alla tutela della salute. Grazie.
dott. Maurizio Scassola
Grazie presidente, ho l’orgoglio di essere qui a rappresentare tutti i medici, sono Presidente dell’Ordine dei Medici di Venezia e in quanto tale sono particolarmente, orgoglioso di provare, attraverso una visione di insieme dei problemi, a svolgere con voi delle riflessioni che riguardano concetti più o meno noti ma che vorrei rivisitare in modo critico e spero anche un po’ nuovo.
Il primo concetto era quello che è stato già definito dal dottor Erio Ziglio che riguarda la definizione di salute dell’OMS. Penso sappiate della perenne ricerca di un equilibrio rispetto al livello fisico, psichico, sociale del benessere in generale della persona. Ma io credo che noi qui soprattutto come comunità, e stresserò molto questo concetto di Comunità che mi piace, mi appartiene e con il quale mi identifico, cercherò dicevo di definire anche la necessità di ritrovare il nostro concetto di salute perché le definizioni hanno sempre dei grandi limiti, vanno bene per un orientamento sociologico e culturale, ma sostanzialmente nell’ambito della salute, dobbiamo identificare i nostri bisogni e il nostro concetto di salute come una realtà omogenea, culturale, sociale e geografica, politica, storica; e quindi dobbiamo fare sintesi fra bisogni concreti e disponibilità delle risorse.
Risorse che andremo a definire non soltanto di tipo economico, ma anche ben altre risorse. Parlerò di come la salute non può essere la sovrapposizione, il risultato di stratificazione e di sintesi meramente di politiche multisettoriali che possono o meno rispondere ai bisogni complessi. Per noi questo non è il concetto di salute ma può essere un primo approccio all’identificazione dei bisogni comuni. Quindi dobbiamo porci interrogativi prioritari nostri ricercando i bisogni e relativi obiettivi di salute in quello che io definisco qui come progetto di salute, ma soprattutto e risottolineo di nuovo, interrogarci, sul nostro futuro come comunità e non soltanto come area geografico-produttiva, che pure è un concetto, ovviamente, fondamentale.
Quindi la risposta può essere la programmazione per obiettivi,orientare obiettivi e azioni sulla persona e sulla continuità delle cure, su questo andremo a definire cosa identifichiamo e cosa pensiamo sul concetto di continuità delle cure. Dovremo individuare strumenti e percorsi di valutazione dei risultati orientati alla partecipazione delle persone e di coloro che sono portatori di interesse. Nelle precedenti relazioni è stato sottolineato l’importanza della valutazione dei risultati e della partecipazione, che insieme al concetto di responsabilità credo dobbiamo analizzare con accuratezza oggi. L’umanizzazione in questo senso deve essere vista nell’ambito di un sistema, lo diceva anche il dottor Fuolega, e il dottor Ziglio. Sistema è sistema di rete e deve essere uno strumento per lo sviluppo della relazione. Anche questo è un termine importantissimo: relazione. Che vuol dire comunicazione fra i vari soggetti e avere visione del tutto, quindi dell’ insieme, solo così si ha una gestione umanizzante del sistema, solo se abbiamo una visione del tutto e credo che la Consulta in questo senso abbia anche qui una grande responsabilità e una grande capacità di elaborazione, perché dovrebbe fare sintesi per definizione e avere questa grande visione omogenea del tutto. attraverso anche l’esame del particolare” ovvero la persona e la gestione dei suoi problemi soprattutto quelli prioritari.
Ho provato a dare un’occhiata al vocabolario, ognuno di noi ha un concetto individuale disumanizzazione, e cosa ho ricavato dal banale vocabolario? che è l’assunzione di caratteri e qualità conformi alla natura umana. Vuol dire dal punto di vista dell’azione procedere rispettando la natura e i bisogni dell’uomo. Questa è una definizione, ma come calare questa definizione nella realtà, come essere provocatori e concreti? Facciamo anche un salto di paradigma: umanizzazione è anche un concetto che parte dall’individuo, come noi ci poniamo come individui rispetto all’altro, rispetto all’insieme. Anche questo è umanizzazione, non possiamo porci soltanto nell’ottica del dovere delle organizzazioni di rispettare l’umano, ma come individui ognuno nel proprio ambito deve porsi il problema e l’interrogativo. La realtà della collettività, della comunità,dell’insieme. Cos’è la Comunità allora in questo senso? Se quello che ho detto è vero, la Comunità rappresenta la storia e i valori di un tessuto sociale e geografico, è capace di valorizzare gli elementi aggreganti, sostiene in maniera prioritaria i soggetti fragili, pianifica per obiettivi condivisi attraverso il coinvolgimento delle rappresentanze. Siamo qui perché rappresentiamo, siamo qui perché vogliamo fare sintesi, siamo qui perché abbiamo una visione di insieme,siamo qui perché dobbiamo avere livelli diversi di priorità rispetto agli obiettivi di salute. Lo sviluppo della Comunità deve essere un metodo d’approccio ai problemi della salute rispetto all’equità, giustizia sociale, priorità, la partecipazione è quello che dovremo fare, che dovremo porci come obiettivo, la costituzione e il rinforzo della rete, di individuare i bisogni comuni, e la Comunità aiuta le persone, i gruppi di riferimento a intraprendere azioni opportune. Questo è essere in Comunità!
La Comunità è rappresentata da tutti questi soggetti: cittadini, operatori, autorità politiche, Università, mondo produttivo, aziende sociosanitarie. Qual è la somma di questi interessi, quali sono le risultanze, o quali dovrebbero essere? Dovrebbe essere la lotta contro l’esclusione, dovrebbe essere il conferire responsabilità, mobilizzare le risorse della Comunità,sviluppare approcci olistici, di insieme e integrati, ottenere servizi mirati ed efficienti, assicurare la sostenibilità del sistema. Poi volevo con voi riflettere anche sul concetto di cura. Spesso noi parliamo di cura, continuità della cura ma che cos’è la cura sostanzialmente? Io, qui, credo che la cura è sostanzialmente relazione, e non è relazione tra persona e persona ma è anche la relazione tra la persona, le persone e le organizzazioni che operano all’interno della propria comunità. Questo è il concetto di cura, continuità di cura ha senso se c’è continuità di relazione, continuità di comunicazione. Si è parlato prima dei portatori d’interesse, noi tutti qui dentro siamo portatori di interesse e questi portatori di interesse devono essere coinvolti nei meccanismi di valutazione. Ribadisco e risottolineo i concetti già espressi da Fuolega e Ziglio.
La valutazione oggi è una esigenza etica, la priorità nella distribuzione delle risorse è un problema etico, non è problema soltanto economico, socio-economico, è un problema etico perché riguarda la nostra vita,il nostro futuro, la nostra qualità, il nostro benessere. I portatori di interesse però devono essere oggetto di comunicazione dei risultati, delle ricerche effettuate nell’ambito della comunità di riferimento. Cosa voglio dire?Voglio dire che dobbiamo costruire un laboratorio sulla ricerca dei bisogni e sulla costruzione del nostro futuro, guardando anche nel nostro passato, a quello che abbiamo costruito, ma dobbiamo avere la possibilità di avere un ritorno della ricerca di questi bisogni per potere come Comunità individuare,appunto, priorità percorsi e progetti. E’ uno strumento che vi è stato già presentato negli anni scorsi nella serie di conferenze su “una cassetta degli attrezzi”, penso che tutti voi ricordiate, è la VIS. E’ un metodo, una procedura di valutazione d’impatto sulla salute: è uno strumento per rendere credibile quello che facciamo, per rendere verificabile e rimodulabile i nostri interventi. È uno strumento in mano alla politica sostanzialmente, nel senso globale di questo termine. E cosa è la VIS? È una combinazione di procedure, metodi e strumenti attraverso cui una politica o un suo programma, progetto, possono essere valutati in merito agli effetti che producono sulla salute. Voi capite l’importanza di avere a disposizione questi strumenti. Analizza sistematicamente come le decisioni politiche influenzano la salute della popolazione, offre risposte basate sull’evidenza, cioè sulla scientificità di quello che andiamo ad applicare e offre ai decisori gli strumenti per programmare politiche per la salute.
Credo che noi dobbiamo entrare in quest’ambito come Consulta e come associazione, dobbiamo entrare in un ambito, in un circolo virtuoso che ci permetta di confrontarci con le istituzioni attraverso strumenti di valutazione. Perché? Perché c’è un problema di sostenibilità del sistema, è un problema di sostenibilità sociale, economica, ma anche delle competenze che nell’ambito delle associazioni del volontariato noi abbiamo. Sostenibile vuol dire anche che sia attuabile, che sia vicino alla realtà che ci circonda. Vuol dire formare i soggetti in rapporto ai bisogni emergenti, quindi anche il volontariato e non soltanto gli operatori sanitari tout-court, o inquadrati nella dipendenza o nel convenzionamento rispetto al sistema sanitario nazionale. Tutti devono porsi il problema della formazione. La sostenibilità passa infatti attraverso la verifica, la revisione di qualità del sistema e questo è un metodo che deve essere imparato, uno stile vorrei dire di vita professionale, quindi gli operatori hanno una grande responsabilità e hanno un bisogno formativo prioritario e di nuovo ritorna al concetto della comunicazione: strumento di relazione. Ed è specialmente nei soggetti più fragili: prima si accennava al fatto “monto in autobus a Torino e sono circondato da ragazze le più diverse, ed è difficile magari trovare un italiano”. Ma è così (a parte che forse dovremmo come italiani usare di più l’autobus di più dico io) però il problema è la multiculturalità. E Venezia è un esempio tipico di questo, diversità che non sono solo di antropologia, ma sono fisiche, psichiche, spirituali, relazionali, ambientali ed è rispetto a queste diversità che dobbiamo relazionarci e comunicare, saper comunicare. Credo che un percorso formativo per gli operatori oggi socio sanitari, assistenziali, sia utile ma anche le badanti che sono soggetti emergenti assolutamente nell’ambito dell’assistenza oggi, di cui non possiamo dimenticarci il ruolo di cambiamento profondo nell’assistenza di questi anni. Credo che noi dobbiamo porci il problema di come formare, di come educare, come poter produrre valore aggiunto rispetto a queste presenze che sono diventate ormai strategiche. Dobbiamo interrogarci quindi sulla nostra consapevolezza,sulla nostra responsabilità. La consapevolezza della responsabilità individuale delle associazioni che rappresentano le istanze della Comunità.
Quindi in questo senso la Consulta deve fare un esame e deve urlare in maniera orgogliosa queste grandi potenzialità, deve essere anche un soggetto responsabile e un soggetto che si metta in gioco al di là dei problemi individuali, delle singole ottiche, del singolo punto di vista, bisogna avere un’idea del tutto. E quell’idea che viene così anche strumentalmente spesso portata come olistica ma che è una grande verità, è un grande concetto ed è la visione di insieme nel progettare nell’ambito della propria Comunità. È la persona il nostro soggetto e deve essere capace attraverso noi, attraverso le associazioni, di sviluppare quello che prima si diceva empowerment, che non è altro che la capacità di controllo politico e di capacità contrattuale. Noi dobbiamo essere messi e dobbiamo metterci come Consulta e come associazioni (voglio parlare come Consulta qui oggi) nella possibilità dobbiamo conquistarci la possibilità di essere parte contrattuale; questo è il vero empowerment.
La formazione delle competenze è un punto cruciale, ripeto strategico per poter sviluppare empowerment, perché deve iniziare dalla consapevolezza che esiste un potenziale nella nostra Comunità e si sviluppa attraverso la formazione e la capacità di accedere alle risorse, rafforza le organizzazioni della Comunità, ne dà luogo a strutture, su questo poi lascerò la palla al signor Sindaco rispetto ad una piccola provocazione che farò nel finale, ma credo che dobbiamo soffermarci molto anche su questo aspetto:strutture, sistemi e competenze. È parte essenziale di un approccio strategico,anche strategico si usa molto come termine, ma vuole dire che deve essere finalizzato, dobbiamo avere un progetto, avere un percorso, e delineare una via attraverso la quale raggiungere obiettivi. Quindi un approccio strategico finalizzato alla partecipazione della Comunità nell’ambito della promozione della salute in questo caso, è dello sviluppo sostenibile; e deve integrarsi, ovviamente, con gli operatori e i politici all’interno delle organizzazioni istituzionali. Noi siamo un organismo interno alle istituzioni e in questo rapporto noi siamo credibili, in questo rapporto siamo responsabili, siamo potenti se mi potete permettere questo termine.
Perché l’empowerment, questa capacità contrattuale con le istituzioni, è conferimento di responsabilità di potere vero e di potere politico nel senso antico, se mi permettete, è il percorso attraverso il quale le persone e le Comunità conquistano fiducia, autostima, autorevolezza, capacità relazionali e poteri necessari ad individuare i propri bisogni, svolgendo le conseguenti azioni comunitarie volte alla promozione della salute. Credo che questo sia il percorso che ci deve convincere sull’importanza di questo momento storico e sull’importanza di queste nostre responsabilità. La sintesi di questo mio discorso sta in questa parola inglese che non vuol dire altro che modalità di affrontare con autorevolezza le questioni di interesse collettivo, mediando tra le differenze, i diritti e le responsabilità. E chi non ha altro se non uno strumento, un organismo come la Consulta ha le potenzialità per svolgere questo lavoro.
Costruire una rete, dicevo, perché il volontariato, l’associazionismo può essere sentinella-sensore dei bisogni, è un esempio storico del prendersi cura. L’associazionismo insegna alla Comunità come prendersi cura, ha il valore culturale storico di questi concetti ed è un valore a suo tempo aggiunto per la Comunità che deve essere assolutamente portato in palmo di mano, occasione per produrre formazioni e nuove competenze, quindi costruire anche progetti per i promotori di salute. Ecco qui torna il concetto di formazione, torna un progetto strategico formativo che ci deve vedere tutti coinvolti. Termino con la proposta, so che dopo di me parla il signor Sindaco e credo che sia un momento importante per noi anche questo di valutazione dopo un lungo percorso che abbiamo già svolto. credo che la sintesi si faccia anche nei luoghi, e allora perché non prevedere in questa nostra Comunità, in questa nostra area, un luogo, non solo un contenitore, che rappresenti le istanze, la salute, dell’etica della bioetica quello che noi stiamo scrivendo di originale come Comunità, quello che abbiamo scritto, la lettura del nostro passato, la lettura del presente, la proiezione del futuro cioè dei nostri futuri bisogni. Ecco credo che questo sia un momento importante di sintesi in cui magari formulare l’ipotesi di nuova agorà, di una nuova piazza dove possiamo discutere e rappresentare quello che andiamo e vogliamo scrivere per il nostro futuro: che Comunità vogliamo essere di quali dimensioni, in che luogo, con che rappresentanze? E’ ovvio che secondo me, una Comunità è rappresentata anche da tutti i soggetti visti prima ma anche dal mondo produttivo, dal mondo Universitario. Abbiamo grandissime risorse in questa nostra realtà.
Su questo vi lascio e lascio la parola al signor Sindaco. torna all'indice prof. Massimo Cacciari
Ho molto apprezzato quanto ho ascoltato dal dott. Scassola, in particolare quest’idea di una partecipazione competente e responsabile è fondamentale. Noi abbiamo pensato la consulta proprio per rendere la partecipazione, che comunque sarebbe inevitabile nei temi della salute e dell’organizzazione sanitaria, socio sanitaria competente e responsabile. Cioè non una partecipazione “discutidora” come dicono gli spagnoli, ma la partecipazione di persone che si organizzano, che studiano, che si formano e che interloquiscono in maniera competente e responsabile con tutti i livelli istituzionali con tutte le responsabilità, gli organismi, i soggetti che sono responsabili dell’organizzazione socio sanitaria.
Ho molto apprezzato questo insistere del dottor Scassola su questo elemento. Così come sull’altro concetto di rete e di relazioni su cui poi tornerò a proposito proprio dell’idea di persona. Ma anche qui sia chiaro, rete non vuol dire confusione. Rete vuol dire, uso una parola apposta provocatoria, perché a me le provocazioni piace riceverle e farle. Rete è un concetto gerarchico, lo è sempre stato e sempre lo sarà altrimenti è confusione. Quando dico competenza e responsabilità vuol dire che tu sei responsabile di questo e l’altro è responsabile di quell’altro, e vi è un’ ordine. Gerarchia è un termine greco che significa nient’altro che ordine. Vi è un ordine fra i soggetti che fanno parte della rete. La rete non è un tutto indistinto in cui i luoghi si equivalgono, è chiaro? Questo non ha niente a che fare col concetto di rete. La rete, comequando si dice reti delle città, reti delle imprese; una rete è costituita da un uno unito in vari punti, connessi tra di loro, costituito da vari punti connessi tra di loro da gangli salienti. Che vuol dire che uno fa una cosa, l’altro fa l’altra. Altrimenti non è una rete, altrimenti è confusione.
Fuori di metafora, significa che le associazioni di volontariato, le partecipazioni eccetera eccetera non sono competenti, ad esempio, buttò lì, a dire chi fa il primario. Tanto per essere chiaro, vorrei essere molto chiaro su quest’idea di rete, di relazioni, di responsabilità. La Consulta della Salute non è responsabile della nomina dei primari. È chiaro? Queste sono belle idee ma a me piace tradurle in concreto, perché facendo il mestiere del filosofo, a differenza di quello che credono gli stupidi, significa massima concretezza, cioè andare alla cosa, vedere la cosa per com’è e non per come me l’ha insegnata il papà, la mamma, la nonna eccetera. Allora bene responsabilità, bene competenza, bene rete, laddove la rete sia intesa in senso proprio, cioè come reti di responsabilità ben distinte. Se siamo d’accordo su questo bellissimo, e quell’ultima proposta, direi che va riassorbita all’interno proprio, di questa Consulta della Salute e deve diventare quell’agorà, non c’è bisogno di inventare un’altra cosa, quello è lo spazio in cui tutti gli stakeholders, come si usa dire adesso (chissà perché bisogna usare queste parole, eccetera). Comunque tutti quelli che hanno interesse a vedere come va la sanità, sono cittadini impegnati, non soltanto perché hanno problemi specifici riguardanti quel settore, ognuno di noi dovrebbe essere vitalmente impegnato, anche per le ragioni che ora probabilmente accennerò, all’andamentodelle strutture socio sanitarie. Ebbene, questa Consulta è il luogo in cui le grandi questioni, come quelle organizzative specifiche, vengono discusse, affrontate nel modo in cui il dottor Scassola ha detto. Vorrei però, visto il tema della mia relazione, e visto che questo tema della salute e della medicina è un tema che mi appassiona anche dal punto di vista come dire professionale, vorrei un po’ sottolinearvi se mai ce ne fosse bisogno la straordinaria difficoltà dell’approccio al tema socio sanitario nei termini (che io condivido), che qui sono stati proposti. Non crediate che sia semplice! E soprattutto avrei timore se lo credessero i medici, sia semplice. Perché quando si dice di affrontare il problema della salute in questi termini, come dire, per usare una parola anche questa dal greco, olistici, che vuol dire secondo un approccio per cui il tutto è qualitativamente una cosa diversa dalla somma delle parti, olismo vuol dire questo, per cui non basta affrontare le singole parti di un problema per risolverlo se non vedi l’insieme. Affrontare così il tema della salute è una rivoluzione culturale, non so se è chiaro.
È una vera e propria rivoluzione culturale rispetto all’impostazione storica della medicina. Quando Ippocrate rivoluziona la medicina tradizionale, la rivoluziona proprio sconfiggendone l’approccio olistico,non so se è chiaro. Quando dice: no, ma cosa mi racconti, tu che ti interessi dell’uomo nella sua totalità eccetera, no? “ E quindi vai in cerca come cause di quella malattia di condizioni di contesto, religiose… No, quella malattia è l’effetto di questa causa determinata, specifica, e voi medici dovete andare in cerca delle cause specifiche, determinate e che producono questi effetti. “ È la logica di causa ed effetto, che domina tutta la storia della medicina occidentale e viene esaltata dalla medicina moderna contemporanea attraverso un processo sempre più spinto e radicale di specializzazione per cui l’uomo è, estremizzo, una macchina composta di vari elementi ognuno dei quali ha il suo specialista che interviene su quell’elemento che causa quegli effetti specifici, e tanto più è specialista tanto più sarà bravo nell’intervenire, nel curare quel singolo elemento della macchina che non funziona. Ma questo approccio della medicina, almeno dal ‘500 ha avuto dei successi pazzeschi, straordinari! Cioè non stiamo discutendo di un fallimento di questo approccio, stiamo discutendo di alcuni tra i più formidabili exploit della scienza occidentale europea. Allora non vorrei che si credesse di poter, come dire, facilmente rovesciare questo paradigma. Cioè noi dobbiamo riuscire a integrarlo, guai a noi se pensiamo di combatterlo, guai anoi se pensiamo di combatterlo! Il nostro colossale problema è come costruire, formare, ne discutevo con i miei colleghi della facoltà di medicina dell’Università Vita-Salute, hanno fatto degli interessantissimi seminari su questi problemi. Il problema è come integrare, veramente una quadratura del cerchio se ci pensiamo: come inquadrare un medico necessariamente sempre più specialista con una visione di sistema o a me piacerebbe piuttosto dire ecologica”, di ambiente complessivo.
Cioè come facciamo a fare una medicina ecologica, di ambiente, di sistema, di tutto senza sognarci di non solo buttare a mare questi formidabili risultati, questo processo inarrestabile di specializzazione che domina nella medicina come in tutte le discipline umane, ma incentivandola e potenziandola! Come facciamo a formare questo operatore che è insieme consapevole, e adesso dirò, della persona che ha di fronte e nello stesso tempo capace di intervenire sul punto della macchina, in qualche modo. E questo non lo viviamo continuamente anche all’interno della Consulta della Salute per quanto riguarda in particolare alcune malattie, alcuni disagi? Perché è chiaro che questo elemento risalta con ancora più forza dove tu parli di disagi psichici, e allora è ancora più complesso, no? Perché sembra di poter come dire, a volte saltare l’approccio specificatamente specialistico, e che la cura sia una cura così, una talking cure. Ed è un grandissimo problema, medico, etico, di formazione del medico, di formazione della disciplina medica. Una volta il medico tradizionale ancora all’epoca di mio padre, aveva un non so attraverso quale processo formativo, aveva questo approccio ecologico; riusciva a collocare quella patologia in quell’ambito, in quell’ambito culturale, comunitario eccetera eccetera. Oggi ame pare che questo sia sempre meno, obiettivamente, sempre meno. Questo lavoro che stiamo facendo è forse ancora più contro corrente di quanto poteva essere una o due generazioni fa.
È una questione di formazione del personale medico, guardate una provocazioncella ancora: in questi discorsi poi… la partecipazione competente, responsabile può avere effetti formidabili nell’indurre trasformazioni culturali, organizzative eccetera ma se non cambi i medici… chiamali clienti, chiamali pazienti, chiamali come vuoi ma non è che si auto-curino, le loro esigenze, le loro istanze devono essere sempre meglio rappresentate, espresse; benissimo, da qui le Consulte, ma poi il problema fondamentale è la formazione della classe medica. E proprio di quella classe medica che sta nell’oikos, che sta nell’ambiente. Perché secondo me nell’ospedale, è lì, noi dobbiamo chiederlo il processo di specializzazione, ai più alti livelli! A livelli di eccellenza! È difficile pensare a un medico che è insieme tutte le cose che dico, è la struttura socio sanitaria che deve essere insieme approccio specialistico e approccio ecologico. E allora è chiaro che il sistema deve essere quello. In questo sistema (la rete gerarchicamente ordinata) c’è l’ospedale che è il centro di eccellenza delle specialità, degli specialissimi ma che deve essere in presa diretta in relazione viva con il medico dell’ambiente, dell’oikos, con la medicina ecologica, con la medicina chiamiamola umanistico-ecologica. Se non c’è questa relazione viva, questo scambio continuo di relazioni tra i medici, tra i diversi settori della classe medica, questi discorsi, cari amici, rimangono discorsi. Ne sono perfettamente convinto.
Il ganglio fondamentale della rete, la relazione fondamentale di quella rete è questa: non possiamo sognarci il medico universale, che insieme quello che assolutamente ha fatto le specializzazioni più rigorose su quel determinato problema e quello che si relaziona alla gente, che parla con la gente, che discute, ma come stai, ma come mai, ma com’è il tuo ambiente, la tua casa. L’idea di fare questa figura è una perfetta utopia, non c’è più da secoli se mai c’è stata. È nel sistema che tu devi recuperare la sintesi tra grande specializzazione, eccellenza e medico di medicina umanistico-ecologica. Questa è la relazione fondamentale da costruire. Su questo dobbiamo mettere tutta la nostra attenzione, anche da un punto di vista pratico-organizzativo: qui nella nostra realtà, tra sviluppo dell’ospedale e organizzazione delle strutture ospedaliere e organizzazione appunto dei medici cosiddetti di base, dei medici difamiglia, dei medici che dovrebbero conoscere la propria Comunità in presa diretta sanno anche, come dire, valutare la genesi di certe patologie. La genesi di carattere non soltanto strettamente medico ma sociale eccetera di certe patologie: chi volete che lo possa fare, il medico che sta 24 ore al giorno in ospedale a fare quella cosa? L’ULS, il Comune per quanto riguarda la propria responsabilità, l’ULS deve avere massima cura nello sviluppare questa relazione, con convegni, con stages, con seminari, con incontri, sondaggi, inchieste. In tutti i modi possibili: questa è la relazione fondamentale, che se funzionasse potrebbe avere anche ricadute economicamente vantaggiosissime, perché una delle diseconomie fondamentali del nostro sistema è che non c’è relazione, non c’è comunicazione nella famosa rete tra questi due livelli della medicina.
Io lavorerei proprio soprattutto su questo, soprattutto questo tema. E’ chiaro che in certi settori anche il medico specialista deve avere quella visione, cioè ci sono dei settori della medicina in cui la visione come dire olistica o ecologica come vi piacerebbe più dire, cioè di capire il rapporto stretto tra, come dicevi tu Scassola, tra Comunità e patologie ecceterai n certi settori della medicina fa parte dello specialismo stesso. Secondo me per esempio: nella geriatria sì certo, ci sono patologie specifiche, ma c’è una patologia generale nella nostra società che riguarda il vecchio. E siccome la nostra società sta invecchiando in modo spaventoso, ed è un tema fondamentale anche per la nostra Consulta della Salute
Ieri c’era la Commissione Consiliare, il tema fondamentale per l’ospedale civile era ma si riducono o non si riducono i posti letto in geriatria? E’ un tema fondamentale per la nostra società, per l’uomo bianco è un tema fondamentale questo dell’invecchiamento. E lì, certo, nei confronti delle patologie della persona anziana com’è che fai a distinguere nettamente l’aspetto strettamente specialistico e l’aspetto invece di disagio generale? Ma badate che questo diventerà sempre di più, sempre di più. Ma scusate, io sono reduce da un altro convegno interessantissimo che si tiene in parallelo in questa città (dove non succede niente, dove non c’è discussione, dove non c’è dibattito, non c’è niente) ci sono due convegni importantissimi insieme con premi Nobel, dove si discute dei cambiamenti climatici. Ma volete che non siamo tutti un po’ tra virgolette, malati, da questa piccola questioncella che noi in 100 anni (rapidità del mutamento), crediamo che non abbia un’influenza pazzesca sulle nostre condizioni di salute, la rapidità dei mutamenti che stiamo subendo anche quando siamo al top, quando navighiamo sulle onde, anche quando navighiamo sulle onde, credete che non ci venga il mal di mare? Questo fatterello che in 100 anni su questa terra, su questa navicella spaziale, noi abbiamo tirato fuori anidride carbonica che si era depositata in 300 milioni di anni, cioè quello che si era depositato in 300 milioni di anni dentro la terra noi l’abbiamo tirato fuori in 100 anni. Crediamo che tutto ciò per strani canali, per strani fluidi non penetri nel nostro cervello? E che non ci faccia male? È chiaro, che questi fenomeni di rapidità di mutamento, di trasformazione influiscono sul nostro stato di salute in termini assolutamente generali. E una struttura socio- sanitaria che non si renda conto di dover seguire queste trasformazioni, di dover comprendere gli effetti di queste trasformazioni, di attrezzarsi per studiarli questi effetti, è una struttura socio-sanitaria miope, vecchia, ferma a un mondo che non esiste più esattamente come sarebbe ferma a un mondo che non esiste più se continuasse a ragionare per divisioni! Ecco, qui c’è la geriatria. Punto. Qui comincia malattie infettive, qui comincia la medicina interna, lì inizia quell’altra. Vedete come il modello ospedaliero attuale sia la perfetta immagine di questa visione specialistica non ecologica, non umanistica della medicina? Perfetta immagine.
E tuttavia, quando uno dice: beh, forse non dobbiamo andare a vedere se sei posti letto sono uno in più o uno in meno, vediamo come funziona l’insieme, ci sono molti stakeholdersche dicono: eh no guai, è diminuito di un letto, non va bene!. Bisogna anche su questo mettersi d’accordo. Se ragioniamo nei termini di cui ha detto Scassola allora anche nelle strutture ospedaliere bisogna cessare di ragionare in termini di divisionalizzazione, perché quei i termini sono esattamente l’immagine all’interno dell’ospedale di una medicina semplicemente specialistica. Allora non è che io faccia la guerra all’ULS perché mi ha ridotto di un posto la geriatria, no! Perché il sistema ospedale non funziona integrato al sistema della prevenzione, del sistema socio-sanitario, al livello territoriale perché non c’è rapporto tra il medico dell’ospedale e il medico di base. Su quello faccio il casino, non sul fatto che ho un posto di meno in geriatria un posto di meno in medicina interna. O no? È così che bisogna ragionare o no? E anche questa è una questione sulla quale bisogna far chiarezza all’interno della Consulta della Salute.
Tutti questi flash per dire, della importanza che io, e la mia amministrazione diamo alla Consulta, perché la Consulta, sulla base delle impostazioni che si è data e che, ripeto, condivido, si è assunta davvero una responsabilità grandissima. Una responsabilità che è ben oltre quella di seguire, analizzare, e eventualmente denunciare, eventualmente proporre. È una responsabilità culturale, che riguarda un approccio non soltanto al problema socio-sanitario ma un approccio alla nostra società, per dirla con Freud e finire, al disagio della civiltà. E su questa linea, con questi punti di chiarezza che vi ho indicato, io credo che voi troverete sempre non solo la massima collaborazione perché non ha neanche senso parlare in questi termini, se voi siete, su questa linea, con questo indirizzo, voi siete parte integrante della politica socio-sanitaria dell’amministrazione di Venezia.
Presidente
Signor Sindaco grazie, penso che il tema che abbiamo voluto sviluppare oggi sia proprio l’inizio di questo nostro percorso che sappiamo sarà ben lungo e difficile, però riguarda tutto quel procedimento di cambiamento culturale che ci porta effettivamente al progetto globale che si vuole ad esempio per la salute mentale, che si vuole per la persona peraffermarne la centralità. Io aprirei un dibattito su questo. Prima però volevo capire come mettere in relazione la Consulta i vari rappresentati istituzionali le varie commissioni che fanno capo appunto al Consiglio Comunale e l’ASL; siamo consapevoli di questo nostro ruolo e cercheremo sempre più di portare avanti delle iniziative proprio per fare in modo che questo tavolo diventi un tavolo propositivo e funzionale, che curi la centralità della persona valorizzando gli interessi dell’individuo inserito in una Comunità. Quindi apro il dibattito. Ho visto una mano alzata, Leda Cossu. torna all'indice Dibattito
Intervento sig.ra Leda Cossu
Sì, giustamente la Consulta è bene che non indichi il nome del primario, ma la Consulta potrebbe anche solo indicare con quale criterio un capo di dipartimento potrebbe essere nominato, secondo quelle che sono le norme, le leggi, anche internazionali, di umanizzazione della sanità e dei servizi. Ad esempio potrebbe anche sancire che oggi, alla luce della legge Basaglia la contenzione, le porte chiuse e anchel’elettroshock non sono più pratiche da farsi perché non umanizzano certo i luoghi di cura. Questo potrebbe anche essere detto e raccomandare che chi tutela la salute e chi ha un certo ruolo come Comune nella scelta del capo del dipartimento, tenga conto di questi aspetti.
Vorrei dire anche che accanto alle grandi eccellenze nei luoghi di cura e nei servizi, rispetto alla salute vi è uni ncidenza nel territorio di persone ridotte, dopo 15 giorni di degenza, all’invalidità, e che poi utilizzano is ervizi territoriali per la gran parte solo per farsi medicare le ferite. Per le riduzioni di abilità che insorgono nel luogo di cura, tenuto conto dell’eccellenza diagnostica e di strumentazioniincide anche la carenza assistenziale e nel territorio esiste anche la povertà, l’abbandono, la mancanza dirisorse. Altre carenze per esempio sonola difficoltà di prenotare una radiografia, sono chiuse le prenotazioni all’ospedale civile, sono chiuse le prenotazioni fino al 31 luglio a Venezia. Una radiografia viene prenotata al policlinico San Marco a fine giugno, e se vuoi te la paghi. Io ho mio marito con un tumore, ha l’esenzione totale, se voglio una radiografia la settimana prossima me la devo pagare. Anche questo incide rispetto alla povertà, cisono tantissime oggi competenze reali da mettere in rete che sono praticamente inascoltate, purtroppo, anche all’interno della Consulta, forse ci sono limiti istituzionali, di conoscenza, ciascuno di noi in Consulta dovrebbe anche raccordarsi alle altre competenze, cosa che con difficoltà si fa perché ci sono le piccole visioni miopi individuali; speriamo che ognuno di noi accanto alproprio vissuto spesso problematico in cui coincidono bisogni e competenze, come la mia che sono infermiera (per la maggior parte mi sono bellamente curata tutti miei familiari), speriamo anche che nella Consulta ciascuno di noi, oltre a farsi carico del proprio vissuto, si faccia modestamente, sommessamente carico anche di quel bene comune in quei luoghi come la Consulta dove si spera siano deputati anche a questo; anche con pratiche che non sono assolutamente riconosciute che sono altrettanto scientifiche e sono le terapie naturali, quando per scientifico viene sempre eletto quello che è codificato dai luoghi di cura per cui le terapie naturali non esistono, per processi, per diagnosi eccetera che non esistono. Non c’è un luogo deputato a questo ma vorrei dire che con 500 euro al mese di terapie naturali sopravvivo senza cortisone con mio marito che ha il cancro e senza ricoveri ospedalieri. Tutto questo non lo dico qui per insegnarlo a nessuno per carità, non è codificato da nessuna parte ma succede. Succede che nei luoghi deputati alle cure, come la salute mentale si dica che non c’è guarigione per certe persone, invece ho visto che c’è guarigione. Tutto questo lo insegno a livello di volontariato alle badanti, alle persone che curano, senza che questo, nella pratica dell’assistenza domiciliare nel Comune di Venezia, sia riconosciuto, perché nei metodi scientifici vel’assicuro, dell’assistenza anche che fa parte di questa cooperativa del Comune di Venezia, non sono assunte tutte quelle tecniche, quei metodi, che di fatto sono nella pratica della conoscenza professionale delle infermiere e che dovrebbero essere riconosciute come una buona pratica quotidiana. Speriamo anche di migliorare, non dico di cambiare tutto perché non si può cambiare tutto, ma di migliorare, sommessamente, finché ce la facciamo.
Presidente
Da quello che emerge da questo intervento della signora Leda Cossu richiamo un po’ l’attenzione a quelle che sono gli obiettivi ma anche le metodologie di lavoro della Consulta. Questo comporta riunirsi attorno ad un tavolo per definire le strategie ed anche gli orientamenti che si vogliono dare.
prof. Massimo Cacciari
Sono assolutamente d’accordo, la Consulta deve indicare i criteri. Ho detto: ha una grande responsabilità culturale, questo è certo. Ad esempio può validamente proporre un approccio diverso anche per certe patologie, con tipi di cura anche alternativi, perché no? Certo, e dopo naturalmente, come Scassola ha spiegato benissimo, ci sarà da ragionare dalpunto di vista delle compatibilità perché tutto non sarà possibile, ci saranno delle scelte da fare. Proviamo questo, sperimentiamo quello non possiamo sperimentare quell’altro. Insieme all’ULSS chiaramente dovremo decidere tutto ciò. Ma tutto questo ambito di questioni che è stato sollevato credo che del tutto correttamente debba essere inserito nell’agenda e nelle discussioni, nelle proposte della Consulta. Certo che da questo, ripeto, per chiarezza non può derivarne che la Consulta stabilisca la competenza di questo o quel medico. Questo non può assolutamente derivarne, nel modo più assoluto perché non ha la competenza per farlo, perché ci sono in questo Paese delle carriere specifiche, ci sono delle lauree, ci sono dei concorsi eccetera eccetera. E ci sono delle autorità che sulla base di titoli decidono chi fa il Primario, chi fa il Professore universitario come nel caso mio, e non c’è nessuna Consulta che decida che io posso fare il professore universitario oppure no.
Intervento Stefania Bullo
Stefania Bullo, AVAPO di Mestre. Si è richiamata la necessità di stabilire un raccordo tra le grandi specialità rappresentate dall’ospedale e la medicina che è stata definita umanistica, quella presente a livello del territorio e soprattutto erogata dai medici di base. Io mi permetto di sottolineare anche la necessità di considerare quei progetti assistenziali, che sono già in atto, che vedono coinvolti molto spesso delle associazioni di volontariato che mettono in prima persona l’umanizzazione delle cure e che riescono anche a coniugarsi con un’economicità di sistema e di progetto. Sottolineo questo perché venga data ampia possibilità a questi progetti di essere estesi e di far sì che si rivolgano a tutte le persone malate che richiedono un tipo di assistenza che non ricorre alle grandi specialità ospedaliere ma che si pone in un percorso di cura che viene generalmente dopo questi interventi e va’ a coprire tutta la vita fino al momento della morte. Grazie.
prof. Massimo Cacciari
Sono perfettamente d’accordo,
dott. Maurizio Scassola
Se posso fare una riflessione su questo. E’ quello che stiamo auspicando nel ritrovarci insieme. Dovrebbe essere quello per cui siamo insieme. Quando si parla di progetto di cura, quando si parla di progetto di salute, quando si parla di progetto sulla persona parliamo di questo, cioè di avere un’integrazione anche di ruolo, di figure e abbiamo messo il volontariato, l’associazionismo fra le figure storiche che insegnano anche come prendersi cura. Credo di sottolineare molto questo aspetto perché qui è rappresentata in questa Consulta la storia della nostra Comunità attraverso le esperienze individuali e delle associazioni. E le associazioni devono insegnare agli altri come ci si prende cura ma al tempo stesso devono entrare in una logica di Comunità e di istituzione. Credo che il Sindaco molto ha sottolineato questo aspetto della logica strategica di collaborazione no? Consultiva, facciamo emergere le potenzialità inespresse attraverso una sintesi nella Consulta. Questo è il vero problema, la vera difficoltà che noi stiamo affrontando; fare emergere una sintesi perché è ovvio, ognuno è portatore di interessi particolari. Storicamente è portatore di interessi particolari e facciamo una grande difficoltà nel fare questo salto di paradigma di cui si parlava prima, cioè di essere consapevoli di portare interessi comunitari.
Presidente
Volevo fare un inciso sul discorso delle cure definite anche palliative oppure di quei farmaci che non sono scientificamente provati, i quali non rientrano nei livelli minimi di assistenza: c’è anche un grandissimo problema. E’ vero che noi dobbiamo essere portavoce e quindi fare un po’ da contrapposizione con la ASL, però ci si ritrova dopo effettivamente di fronte anche a un problema contrattuale, cioè nel senso che i 500 euro che vengono spesi dalla famiglia, c’è il problema che se non rientrano dentro la specificità dei livelli assistenziali minimi non viene garantito il rimborso, come nelle ASL di Treviso o di Padova dove erogano servizi che non da la nostra ASL. Quindi è lì che noi dobbiamo fare leva ed essere forti e fare sintesi, perché altrimenti succede che effettivamente andiamo a scontrarci con un piano di zona che abbiamo visto magari e che è solo la fotografia del presente o magariil libro dei sogni e non riusciamo a capire qual è lo strumento per poi andare fare quell’empowerment di cui si è parlato oggi riguardo anche ad esempio, alla riabilitazione che sappiamo essere un problema enorme e specifico, quindi anche il ruolo della Consulta è sempre un ruolo a doppio binario: da una parte noi viviamo la quotidianità e cerchiamo di fare dei punti e delle analisi sul documento programmatico del Comune, sui piani di zona, e valutare e monitorare se effettivamente i bisogni vengono soddisfatti, dall’altra dobbiamo anche capire se come previsto da delibere regionali vi sono effettivi benefici. Ora lascio la parola la dottoressa Turchetto.
dr.ssa Antonella DeboraTurchetto
Turchetto, Associazione Italiana Donne Medico: ho trovato interessante il problema dell'empowerment del paziente sollevato dal dott. Scassola. Trovo che ci sia una specularità nel rapporto medico paziente e la pietra d'inciampo che ostacola l'attuazione del processo di empowerment del paziente sia il problema del potere. Un nodo importante del cambiamento di percezione del fenomeno che dovremmo ottenere con la nostra formazione riguarda la redistribuzione del potere e il riconoscimento al paziente del suo diritto a negoziare con noi le scelte che riguardano la sua salute, senza che questo si trasformi automaticamente in una diminutio per il medico. La percezione di perdita di potere, specialmente se c'è una certa fragilità nella struttura della personalità, può far scattare dei meccanismi che non favoriscono la collaborazione e lo scambio, semmai irrigidiscono entrambe le persone nella loro posizione e nel loro ruolo. Riflettevo inoltre sulle problematiche che riguardano la formazione degli specialisti del S. Raffaele riportate da Cacciari e sulla difficoltà ad impostare un processo formativo adeguato per migliorare le loro abilità nella comunicazione medico paziente. Nella mia esperienza di formatore il problema della super specializzazione del medico non costituisce in sè un grosso ostacolo perchè, a prescindere da quanto parcellizzato e tecnologico possa essere l'intervento del professionista, è comunque e sempre il modo in cui egli si pone di fronte al paziente, il suo intrinseco essere-nel-mondo che fa la differenza. Fra il curare e il prendersi cura c'è la persona del medico, è lui lo strumento, il bisturi. Per esemplificare come la parcellizzazione e la minimalizzazione dell'atto in sé non porti alcuna variazione qualitativa al processo di cui stiamo parlando farei questo paragone: la mamma soffia anche semplicemente il naso al bambino, ma si pone e rimane sempre il suo tutto di riferimento.
prof. MassimoCacciari
Una battuta… credo che si è toccato un punto importante, perché il rafforzamento della posizione del paziente, già questo nome la dice lunga no? Dovrebbe essere uno che subisce, quindi già che noi diciamo paziente è una lunga storia. Praticamente in tutte le lingue si dice paziente. È una lunga storia di dissimmetria nel rapporto medico-malato. Il rafforzamento della posizione del paziente, che cessa di essere paziente ma diventa soggetto che partecipa alla propria stessa cura, se viene vissuto, se lo impostiamo in modo rivendicativo nei confronti del medico facciamo un pasticcio tremendo. Perché qui poi scattano, appunto, rapporti di potere, come in tutti rapporti umani. Allora o questo discorso che stiamo facendo viene vissuto e praticato come il rafforzamento di entrambi, cioè il medico ha più chance di giungere al successo attraverso la partecipazione del malato alla cura del medico, che il medico pratica, agisce, guida, orienta, o controlla, e quindi il medico vede rafforzato il suo ruolo attraverso il rafforzamento del ruolo del malato nel processo di cura, il circolo è virtuoso, altrimenti hai perfettamente ragione: tu hai un malato verbalmente, a chiacchiere, più forte perché è organizzato, perché si presenta con l’associazione dei familiari; in realtà più debole perché a quel punto il medico resiste all’approccio del malato e comunica ancora meno di prima. Quindi questo è fondamentale anche per l’approccio con la classe medica della Consulta della Salute.
dott. Maurizio Scassola
Volevo solo fare una riflessione velocissima sull’interessante intervento della Debora. E’ una questione anche di informazione non è soltanto una questione di umanesimo e di cultura, ma anche di tecniche relazionali. Una gran parte del contenzioso cosiddetto fra persona e organizzazione sanitaria che poi si riversa la maggior parte delle volte sul medico, (e il tribunale dei diritti del malatolo sa), è la cattiva comunicazione, il poco tempo a disposizione, la fretta, la frettolosità, non mi ha detto nulla dottore mi spiega lei cosa vuol dire questa ricetta? Il problema è sia del medico di famiglia, sia del medico ospedaliero, sia di tutta un po’ la categoria. E’ una relazione che si instaura fra soggetti, e in quanto tale per definizione deve arrivare ad una contrattazione, a una mediazione.
Però il medico ha il dovere in questo senso di essere formato perché io ho fatto parte per molto tempo di un gruppo Balint ad esempio della medicina generale, vi rubo solo pochi secondi per farvi capire l’importanza di questi strumenti. Il gruppo Balint è nato all’estero, proprio per mediare le sofferenze della categoria medica (medicina generale in questo caso, medico di famiglia) rispetto ad alcune problematiche che il medico affrontava nella sua quotidianità. C’era un contenzioso medico-paziente legato al fatto che il medico non riusciva a gestire le sofferenze e le problematiche che gli venivano portate, ma perché? Perché il medico alcune problematiche le soffriva anche lui psichicamente in maniera profonda, ma non lo sapeva. Allora questa consapevolezza, questa analisi, questa condivisione la crei fra soggetti che hanno la stessa cornice sociale-culturale innanzitutto, quindi i medici per primi devono porsi in questa condizione di discutere tra di loro, ed ecco perché la crescita deve essere, come diceva il Sindaco, non soltanto a compartimenti stagni, il super specialista ha bisogno e deve ogni tanto confrontarsi con il medico di medicina generale, coi Pediatri di libera scelta, col Ginecologo specialista perché altrimenti non riusciranno mai a comunicare con nessuno in alcun modo.
Quando comunico le mie sofferenze al collega rispetto ad alcuni problemi mi si apre un mondo sconosciuto. Conosco pochissimo le sofferenze dei colleghi ospedalieri, loro conoscono pochissimo le mie sofferenze. Credo che questo sia un momento culturale formativo eccezionale. Su questo le persone, gli individui le associazioni hanno una grande possibilità di mediazione, hanno una grande possibilità di mediazione e di stimolo.
Presidente
Avviso che ci sono quattro interventi, chiedo di essere abbastanza veloci per poter dare la parola a tutti. Prego.
Intervento
Sono la responsabile dell’unità operativa di psicologia ospedaliera dell’ULSS 12 di Venezia e il referente per il progetto di umanizzazione. Ovviamente è molto interessante tutto quello che è stato detto, la collega mi ha anticipato un po’sui problemi riferiti al potere. Volevo anche però sottolineare comein questo ambito posso aver notato una differenza fra quelle che sono i massimi sistemi dell’organizzazione e le condizioni in cui lavora il volontariato di cui parlava Leda prima, la soggettività, l’esperienza che ognuno fa nell’ambito della salute. E quanto sia difficile porre proprio un ponte di collegamento, mediare tra il dolore e la difficoltà... Ho sentito un grosso scarto: su un problema di principio, di ragionamenti ci siamo tutti e condividiamo tutto tutti, mi sembra. Il problema è calare questi ragionamenti nella quotidianità dell’atto clinico e dell’essere in ospedale e dell’essere paziente nell’ospedale. In questo mi sembra che il progetto dell’umanizzazione che è stato portato e che seguo con il dottor Fuolega possa rappresentare non tanto un ponte perché sarebbe troppo bello forse, però è il primo elemento su cui cominciare a parlare e parlare dalla base perché i problemi della base possano arrivare anche, in questo senso alla Consulta, ma anche agli apici, laddove le cose vengono regolamentate.
Presidente
Il Sindaco diceva che tra poco deve andare e quindi andrei avanti, ringrazio dell’intervento e fa piacere che anche un rappresentante dell’ASL che fa parte poi di questo progetto sia presente proprio per avviare questo tavolo che si era pensato prima. Adesso abbiamo un altro intervento.
dott. SalvatoreLihard
Sono Salvatore Lihard della CIGL; la CIGL come sapete fa parte della Consulta. Volevo fare due o tre osservazioni, da un osservatorio ovviamente che non è il vostro di associazioni; il mio invece è quello di un portatore di interesse che riguarda i lavoratori del settore e i pensionati. Un complimento nell’individuazione di questo tema fondamentale: l’umanizzazione. Bene hanno fatto i relatori a vivisezionare l’argomentazione che è molto molto complessa. Però leggendo dalle dispense in cartellina, io condivido il concetto del capire per partecipare, laddove si mette in evidenza come oggi le tende ospedaliere siano incanalate su una questione economicistica e non di umanizzazione. Per cui faccio fatica, con tutta la voglia, di riuscire a combinare questo aspetto puramente economicistico con una questione che attiene alla salute. L’altro commento che volevo fare è che anche negli interventi che ho seguito c’è ancora una volta, almeno volendo rispettare il tema di questo convegno, cioè la promozione e la tutela della saluta non vista come una settorializzazione puramente ospedaliera, credo che siano maturi i tempi in cui la sfida va fatta a tutto campo, proprio su una questione fondamentale: continuità dell’assistenza. Se noi riusciamo a misurarci, a mettere in gioco il nostro patrimonio di sapere, credo che probabilmente il benessere, lo stato di salute, lo stato di felicità, di contentezza di una persona possa continuare l’intero percorso, dalla questione sanitaria ad una questione socio-sanitaria. Per cui forse reputo ancora più importante il lavoro che noi abbiamo fatto nei piani sociali di zona, proprio l’elemento della continuità che dalla ospedalizzazione va alla territorializzazione.
Presidente
Senza dimenticare che bisogna spostare quindi anche dal concetto di patti salutogeni diciamo a quello che è stato fino ad nel patologico. Adesso c’è l’intervento di Novarini.
dott. Mario Novarini
Io volevo dire che è molto difficile non condividere e non ringraziare sia il dottor Scassola, sia il Sindaco per quello che è stato detto, perché è impossibile non condividere tutto quello che è stato detto. Come è stato evidenziato anche dagli interventi successivi, c’è un momento, un aspetto, una tematica “alta”, devo dire non solo statale o regionale secondo le competenze ma etica e forse ecologica, come dice il Sindaco, della sanità che poi ricade nella sua organizzazione generale in tutte le cose che conosciamo.
E c’è però, come è stato evidenziato in tutti gli interventi, un insieme di problemi come quelli con i quali combatte la gente dalla mattina alla sera, che sono tantissimi Signor Sindaco, sono gravi, sono pesanti, sono difficili, sono problemi più bassi forse rispetto a quelli etici di cui si parlava, più elementari della cura e dell’assistenza ma che fa soffrire la gente soprattutto in questa città, e non parlo di Venezia centrostorico, parlo anche di Mestre, cioè nella nostra ULS. Questo è un dato di fattodi cui dobbiamo prendere atto. Le istituzioni da una parte, Usl e Comune (molto importante per noi anche la presenza del Comune), ma anche la Consulta e quindi tutte le Associazioni d’altra parte devono saper affrontare insieme con grande difficoltà, perché è molto difficile farlo, affrontare questi aspetti, gli uni per quello che hanno significato di carattere generale, e i secondi perchè devono affrontarli giorno per giorno e sono quelli che contano di più proprio per la salute se intendiamo per salute il benessere immediato e non quello che verrà dopo chissà quando.
Concludo dicendo che sull’aspetto dell’umanizzazione ci sono delle situazioni che non aiutano l’umanizzazione, mi consenta lo voglio dire al Sindaco: il sistema del project financing cioè una privatizzazione parziale strisciante della sanità pubblica, il sistema stesso che rischia di sottrarci in vaste zone tanti servizi pubblici dati in mano attraverso accordi anche non molto chiari ma soprattutto di difficile visione in futuro mi chiedo, che ne sarà della sanità mestrina o di quella veneziana? Poi c’è la crescente precarizzazione del personale, altro problema molto molto grave.Sono problemi che non aiutano di certo l’umanizzazione perché contraddicono lo spirito di appartenenza che è necessario soprattutto in strutture sanitarie e diciamo riducono in grandissima parte anche l’utilità della formazione che è alla base dell’umanizzazione. Su questi aspetti vi invito a pensare cosa si deve fare nei modi dovuti e chi lo deve fare per dare maggiore stabilità e maggiore visibilità al servizio pubblico sanitario, che è una risorsa della nostra cultura di questo Paese e di Venezia in particolare. Grazie.
dott. Salvatore Gravili
Scusate il mio ritorno ad essere medico, quindi condivido tutto sull’umanizzazione, la rete però mi viene in mente un rapporto sempre medico-paziente, quello che una volta il medico diceva al paziente: “Lei stia zitto perché il medico sono io, cosa vuol sapere lei”. Questo rapporto, ormai, Signori è finito. Ma è finito in una condizione che chi ci ha rimesso non è il paziente ma il medico perché questo medico in questo rapporto che non ha voluto in un certo senso capire che c’è che stato un mutamento anche culturale (oggi televisione, mass-media) insomma il cittadino oggi è più informato sulla sua salute e ci tiene alla sua salute.
Oltre a cercare i sistemi, oltre a cercare l’ospedale nel territorio, vuole anche avere la soddisfazione di essere curato bene perché sa che c’è la PET, sa che c’è la TAC, la risonanza. Soltanto che nel momento in cui si approccia con il medico inizia un patteggiamento, un dialogo:“io voglio questo!” – “ma no non te lo posso dare perché c’è il tetto che mi impedisce di farti questa roba”.. Ma ci siamo dimenticati di una cosa: la semeiotica, perché se il medico ritorna a visitare, a mettere in mutande il paziente, a mettere la mano sulla pancia a sentire se il margine inferiore del fegato deborda dalla costa, a quel punto lì il paziente non dice più voglio la risonanza, voglio la TAC, il medico si riappropria della propria professione (quindi vengono a cadere anche quella inappropriatezza di indagini), molto probabilmente si riducono anche le liste d’attesa e soprattutto si accresce la comunicazione, si accresce la comunicazione che vuol dire quindi poi rete, vuol dire solidarietà e arriviamo all’umanizzazione.
Allora riconquistiamo, colleghi (io faccio parte ormai, sono come ho detto uno yogurt scaduto, sono un pensionato per cui faccio parte soltanto della lega ma non quella di Bossi ma della lega lotta contro il tumore) allora se tutto ritorna un attimino nella professionalità, nella solidarietà e quindi poi l’etica e tutto quello che… il paziente allora ritorna anche da noi, ritorna la stima ma soprattutto ritorna la stima anche per noi perché oggi non ci fidiamo più diprendere il fonendoscopio allora per paura di sbagliare, per paura del Procuratore della Repubblica siamo complici e facciamo l’esame quando sappiamo che è inutile. Però dice: “e se per caso dopo viene qualche complicanza e vado in galera? Allora glielo faccio lo stesso” anche se in quel momento scientificamente mi sto rendendo conto che l’esame è inutile. Quindi ritorniamo un po’ a questo dialogo, guardiamoci in faccia, forse il computer, il telefonino è agevolato in tante cose però abbiamo perso il contatto delle labbra, degli occhi, di guardarci, scusate, nelle palle.
Presidente
Bene! Penso che tutto sia da parte nostra e dell’associazionismo condivisibile. Ora vorrei chiedere alla dottoressa Codato di portare qui… e avrei piacere che comunque il Sindaco stesso consegnasse questa “moeca”… da non friggere ben inteso ma a ricordo della giornata al dottor Scassola, al dottor Fuolega... grazie mille a tutti i presenti e mi dispiace per il dottor Ziglio che è dovuto andare via prima perchè aveva degli impegni.
Penso che oggi abbiamo messo la prima pietra miliare, di un lungo percorso cosa ne dite?
Ringrazio tutti grazie degli interventi. torna all'indice |